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un fatto umano
giffone, longo, parodi

bibliografia ragionata
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manfredi giffone

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Tavv. 6-8 Sull’incontro fra il capitano dei Carabinieri Alfio Pettinato e Giuseppe Di Cristina si veda anzitutto: L. Galluzzo, F. La Licata e S. Lodato (a cura di), Rapporto sulla mafia degli anni Ottanta. Gli atti dell’Ufficio Istruzione del tribunale di Palermo. Giovanni Falcone, intervista-racconto, Flaccovio, Palermo 1986, pp. 66-85 in cui vengono riassunte le pagine 742-808 della succitata istruttoria e che, in particolare, riprendono il rapporto dei Carabinieri del 25 agosto 1978, il cui estensore fu l’allora maggiore Antonio Subranni. Altre notizie su questo colloquio riservato le ho tratte, fra le altre fonti, da: S. Lodato, Venticinque anni di mafia. C’era una volta la lotta alla mafia, Rizzoli, Milano 1999, pp. 21-23. L’omicidio del colonnello Russo viene trattato brevemente in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., pp. 767-68 (il procedimento relativo al delitto venne stralciato dal maxiprocesso perché era necessario compiere ulteriori atti istruttori). A tale proposito si veda anche: S. Palazzolo, I pezzi mancanti. Viaggio nei misteri della mafia, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 13-14 e pp. 136-37; A. Bolzoni, La sera che Borsellino mi confidò i sospetti sul suo braccio destro, in «la Repubblica», 15 novembre 2010, p. 19.

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Tav. 9 I due agguati mortali narrati nelle prime due vignette di questa tavola – una sorta di botta e risposta fra Di Cristina e la cosca dei Corleonesi – sono citati da Falcone in: G. Falcone e M. Padovani, Cose di Cosa Nostra, BUR, Milano 2005, p. 107, e descritti in prima persona da Antonino Calderone in: P. Arlacchi, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, Mondadori, Milano 1992. La scena del duplice omicidio del 21 novembre 1977 dei fidati guardaspalle di Di 4 un fatto umano Cristina, Giuseppe Di Fede e Carlo Napolitano, riprodotta nella prima vignetta, si basa su: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Giuseppe_Di_Cristina3.jpg. La ricostruzione della morte di Francesco Madonia, l’8 aprile 1978, nella seconda vignetta invece è inventata da noi. Il motivo per cui Giuseppe Di Cristina si trovava a Palermo con Pippo Calderone, Alfio Ferlito e Franco Romeo (e cioè per effettuare un sopralluogo per una rapina) si può leggere in: A. Caruso, Da cosa nasce cosa. Storia della mafia dal 1943 ad oggi, Longanesi, Milano 2000, p. 282. Un’interessante ricostruzione di prima mano dell’intera vicenda si può leggere nelle dichiarazioni rese da Luigi Ilardo, nipote di Francesco Madonia, all’allora tenente colonnello dei Carabinieri Mario Riccio e che sono alla base dell’inchiesta denominata Grande Oriente (si veda: http://www.ausili.net/bernardo- provenzano/content.asp?prov=7).

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Tav. 10 La dinamica dell’omicidio D Cristina, a grandi linee, venne inquadrata fin da subito, come dimostra l’articolo: F. Nicastro, Il boss Di Cristina è caduto con la sua «38» in pugno, in «L’Ora», 30 maggio 1978, p. 3. Per un approfondimento si veda: Questura di Palermo, Gabinetto di polizia scientifica, Fascicolo di rilievi tecnici eseguiti il 30 maggio 1978, Palermo, via Leonardo Da Vinci angolo via Mazzarella, consultabile nel cd: Il maxi processo Abbate + 474, realizzato dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone (in collaborazione con il ministero della Giustizia e il tribunale di Palermo). Un rapporto a firma Boris Giuliano elenca gli oggetti rilevati sul luogo del delitto: Questura di Palermo, Squadra mobile, Rapporto giudiziario sulle preliminari indagini in ordine all’omicidio di Di Cristina Giuseppe di Francesco, 3 giugno 1978 (sempre in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.), e in questo rapporto viene specificato che sulla scena del crimine vennero trovati due revolver, uno Smith & Wesson special (del boss di Riesi presumibilmente) e un Colt special, entrambi calibro 38, mentre in possesso di Giusep- pe Di Cristina, furono rinvenuti, oltre la carta di identità, un orologio e 260 000 lire in contanti, anche un assegno per l’importo di cinque milioni di lire firmato da Salvatore Inzerillo nonché due vaglia cambiari emessi dal Banco di Napoli. L’assegno riprodotto in questa tavola si basa su quelli pubblicati a corredo dell’articolo: Dalla mafia di pro- vincia al giro dei miliardi, in «L’Ora», 19 novembre 1979, p. 9.

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Tav. 11 Il succitato rapporto preliminare sulle indagini stilato da Boris Giuliano porta la data del 3 giugno 1978 e ritengo che l’attenzione di Giuliano si sia concentrata da subito sugli assegni visto che un articolo scritto appena cinque giorni dopo il delitto titolava: 32 coinvolti in un grosso traffico di moneta, in «L’Ora», 8 giugno 1979, p. 1. Secondo il giornalista autore dell’articolo, la Squadra mobile di Palermo, partendo dalle indagini sul delitto Di Cristina, aveva iniziato a individuare un giro di soldi che am- montava a circa tre miliardi di lire, proventi di un probabile traffico di valuta o droga. L’identità dei killer di Di Cristina è ripresa da Caruso, Da cosa nasce cosa cit.

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Tav. 12 La vita di Giovanni Falcone viene raccontata in: F. La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Feltrinelli, Milano 2005, e nel libro si parla anche del periodo che il giudice trascorse a Trapani.Il titolo della tesi di laurea di Falcone e il nome del relatore li ho tratti dal sito dell’Università di Palermo. Stando a ciò che mi è stato riferito dalla professoressa Maria Falcone, alla quale sono grato, suo fratello Giovanni, appena tornato a Palermo, aveva ricevuto reiterati inviti da parte di Rocco Chinnici – che ne intuiva e apprezzava le qualità professionali – perché passasse all’Ufficio Istruzione ed è stata sempre lei a raccontarmi che Giovanni Falcone si trasferí in via Notarbartolo quando la relazione con Francesca Morvillo era già iniziata.Paolo Borsellino aveva conosciuto Francesca Morvillo quando era una ragazzina,come riportato in: U. Lucentini, Paolo Borsellino, San Paolo, Milano 2004.

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Tav. 13 Il discorso di insediamento di Gaetano Costa si può trovare in: Insediato il procuratore, in «L’Ora», 10 luglio 1978, p. 9, e anche in: L. Galluzzo, F. Nicastro e V. Vasile, Obiettivo Falcone, Tullio Pironti, Napoli 1992, pp. 127-28. Ignoro chi fosse presente alla cerimonia ma questa scena era una buona occasione per mostrare alcuni dei protagonisti della nostra storia.

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Tavv. 14-17 La riunione a Trabia fra Giuseppe Calderone (detto Pippo o anche «cannarozzo d’argento» per via di un’operazione alla gola che gli aveva leso le corde vocali), suo fratello Antonino Calderone, Rosario Riccobono e Stefano Bontate, viene rievocata da Antonino Calderone in: Arlacchi, Gli uomini del disonore cit., pp. 273-74. Il tema che Gaetano Badalamenti canticchia come avvertimento è Spara Morales di D. Pace, M. Panzeri e G. Colonnello, Fonit Cetra, Milano 1965, cantata da Ezio De Gradi e finalista alla prima edizione di Un disco per l’estate. Nel libro intervista di Pino Arlacchi, Nino Calderone racconta che suo fratello Pippo venne ferito gravemente allo stomaco in un agguato davanti a un passaggio a livello nei pressi di Aci Castello. Pippo Calderone venne accompagnato da un suo sodale nei pressi di una clinica privata dove, nonostante le gravi ferite, entrò da solo. Morí po- chi giorni dopo il ricovero. L’elogio funebre pronunciato da Totò Riina in queste pagine viene descritto sempre in: Arlacchi, Gli uomini del disonore cit., pp. 280-82, e il contenuto dell’elogio segue quanto riportato nel libro anche se il discorso è del tutto inventato da me. Il particolare che Badalamenti fosse stato posato – ovvero in qualche modo allontanato da Cosa Nostra – all’epoca della morte di Pippo Calderone, l’ho tratto da: Falcone e Padovani, Cose di Cosa Nostra cit., p. 107. Citando questo episodio Falcone fa esplicito riferimento alla data di morte di Pippo Calderone che però colloca il 30 settembre 1978; l’agguato a Calderone, invece, avviene il 9 settembre e la morte al massimo una settimana dopo. Ho pensato pertanto che il 30 settembre potesse andare bene sia come data della commemorazione funebre, sia come occasione dell’allontanamento di Badalamenti da Cosa Nostra, pur se il periodo preciso resta comunque difficile da accertare, come ricordato anche nella sentenza per l’omicidio di Peppino Impastato (Corte d’Assise di Palermo, III sezione, 11 aprile 2002, Badalamenti), dove, riguardo all’espulsione di Badalamenti, si legge: «Né si hanno precise notizie sulle modalità di comunicazione all’interessato di un simile pronunciamento e della sua stessa attuazione, nonostante le prevedibili manovre per renderlo non operativo». La «diversa posizione» di Badalamenti all’interno dell’organigramma mafioso venne tempestivamente percepita in qualche modo dalle forze dell’ordine, come si può leggere in: A. Bolzoni, Badalamenti? Da tempo sembrava fuori, in «L’Ora», 12 maggio 1980, p. 8: «Gaetano Badalamenti negli ultimi due anni sembrava però quasi ritirato a vita privata [...] Considerato sino a qualche anno fa capo mafia della Sicilia occidentale, poi “svalutato” ha alle spalle una storia avvincente». In questo articolo, inoltre, si fa riferimento a un «“tribunale mafioso” presieduto dal padrino di Cinisi», a dimostrazione che l’esistenza di una Commissione mafiosa era un fatto noto già all’epoca, almeno in via ufficiosa. Su Michele Greco si veda quanto riportato in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 12, p. 2374: Michele Greco poi, il capo della «commissione» – che avrebbe dovuto reggere le sorti di «Cosa Nostra» con energia e decisione – era, secondo la concorde valutazione di Buscetta e Contorno, un personaggio scialbo e imbelle, sostanzialmente un ostaggio in mano ai «Corleonesi», tant’è che Stefano Bontate si lamentava con Buscetta che «Scarpuzzedda» era divenuto una sorta di diaframma fra lui e Michele Greco, e addirittura i giorni delle riunioni della «commissione» li fissava lui.

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Tav. 18 L’articolo di giornale che si dipana per tutta la tavola è un insieme di tre diversi articoli a firma Mino Pecorelli (cosí come da consuetudine del settimanale «Op»): M. Pecorelli, Dalla Chiesa, meglio la gallina domani, in «Op», 12 settembre 1978, p. 15; Non c’è blitz senza spina, in «Op», 24 ottobre 1978, p. 2; Il memoriale: questo è vero, questo è falso, in «Op», 24 ottobre 1978, p. 5. Lo scritto di Aldo Moro qui riportato, invece, è una riduzione drastica di un testo molto piú lungo del cosiddetto «memoriale Moro», ritrovato in forma dattiloscritta il 1° ottobre 1978 dagli uomini del Nucleo antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in un appartamento a Milano, in via Monte Nevoso 8, ed è tratto da: S. Flamigni, «Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, Kaos Edizioni, Milano 1997, pp. 321-28 (sul punto si veda anche: M. Gotor, Il me- moriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Einaudi, Torino 2011, pp. 49-133). Gli articoli di Pecorelli nella loro interezza mi sono sembrati particolarmente si- gnificativi e, anche se ciascuno di essi allude a un aspetto specifico della dinamica del ritrovamento del materiale a via Monte Nevoso (e alla natura dello stesso memoriale), ho cercato di mantenerne comunque il tono complessivo e la medesima cosa si può dire per il testo del memoriale Aldo Moro. Nonostante le 49 cartelle ritrovate a via Monte Nevoso nel 1978 siano dattiloscritte, abbiamo scelto di mostrare Aldo Moro rinchiuso nella «prigione del popolo» intento a scrivere di suo pugno perché, come si vedrà dopo, esiste un’altra versione del memoriale, scoperta nel 1990, composta da fotocopie degli autografi di Moro. Per approfondire questa delicata e complessa vicenda si veda sempre: Gotor, Il memoriale della Repubblica cit., pp. 135-88.

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Tavv. 19-20 Non sono affatto sicuro che Andreotti fosse in casa al momento dell’elezione di Giovanni Paolo II ma, nel caso, data la posizione dell’appartamento a ridosso del Lungotevere dei Sangallo, ritengo che da casa sua si potesse ragionevolmente scorgere la fumata bianca. L’espressione «maggior fiduciario della finanza vaticana» in riferimento a Sindona l’ho ripresa da: M. Teodori, La banda Sindona. Storia di un ricatto: Democrazia Cristiana, Vaticano, Bankitalia, P2, Mafia, Servizi Segreti, Gammalibri, Milano 1982, consultabile online negli archivi del Partito Radicale e basato sulla relazione di minoranza della Commissione Sindona redatta dallo stesso Teodori. La medesima espressione viene ripresa nel bellissimo: C. Stajano, Un eroe borghese. Il caso dell’avvocato Giorgio Ambrosoli assassinato dalla mafia politica, Einaudi, Torino 1991, e sempre da questo libro ho tratto le minacce subite dall’avvocato Giorgio Ambrosoli e da lui stesso anno- tate sul suo diario personale.

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Tav. 21 Il titolo dell’articolo di giornale in mano a Salvatore Inzerillo, «Molti cominceranno a non dormire», l’ho tratto da una delle tante cronologie sul caso Sindona consultabili in rete, ma confesso di non aver scoperto a quale testata faccia riferimento. La riunione fra Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Giovanni «John» Gambino e Francesco Marino Mannoia, viene raccontata dallo stesso Marino Mannoia in: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti, capitolo VI, paragrafo 1, pp. 634-39, dove il collaboratore di giustizia asserisce che agli inizi del 1979 ci fu una riunione al bar Baby Luna di Palermo fra Bontate, Inzerillo e John Gambino per discutere di un grosso quantitativo di eroina da raffinare e poi spedire negli Stati Uniti. Per ricostruire il procedimento di verifica della qualità dell’eroina tramite un termometro «di controllo» mi sono basato su quanto riportato in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119, pp. 189-90, dove viene indicata persino la temperatura ideale: «La temperatura indicata dal termometro deve essere, per un soddisfacente grado di purezza dello stupefacente, non inferiore ai 235 gradi centigradi». Successivamente, mesi dopo il suddetto incontro, Bontate confidò allo stes- so Marino Mannoia che Sindona sarebbe stato ospitato nella villa di Torretta inizialmente adibita a raffineria (Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti cit., pp. 634-35). Io ho semplicemente unito i due episodi: la vendita dell’eroina e la preoccupazione per la sorte giudiziaria di Michele Sindona, poiché, considerato lo scalpore internazionale prodotto dalle vicende dell’affarista di Patti, mi è sembrato plausibile che se ne parlasse in una riunione di mafiosi che da lí a pochi mesi avrebbero avuto con lui dei rapporti sempre piú stretti. Su questa riunione, invece, Marino Mannoia al processo Andreotti non fa alcun riferimento circa l’avvocato Ambrosoli.

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Tav. 22 La rappresentazione del cadavere di Mario Francese è tratta da una foto che ritrae un altro soggetto perché all’epoca in cui abbiamo realizzato questa tavola non disponevamo di riferimenti iconografici precisi che invece si possono trovare in: L. Battaglia e F. Zecchin, Dovere di cronaca, Peliti Associati, Roma-Milano 2006, p. 86. L’imprevista convergenza politica fra Pio La Torre e Piersanti Mattarella viene descritta in: A. Saltini, A Palermo la conferenza agricola regionale: agricoltura, pomo della discordia tra i partiti siciliani, in «Terra e vita», 17 febbraio 1979, n. 7, pp. 18-19, e ringrazio l’autore per avermi fornito l’articolo e avermi dedicato un intero pomeriggio a discutere di questo episodio. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, si è costituita il 10 gennaio 1980 mentre la legge che determina la costituzione di questa apposita commissione bicamerale è la n. 597 del 23 novembre 1979. Le discussioni e le proposte di legge sull’istituzione della commissione di inchiesta sono però iniziate almeno fin dall’agosto 1978 (si veda: F. Carbone, È quasi certa un’inchiesta parlamentare sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, in «La Stampa», 2 agosto 1978, p. 1; Camera dei Deputati, VII Legislatura, R. Costa, Proposta di legge. Istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda di Aldo Moro e sulle centrali terroristiche, 17 agosto 1978).
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Tav. 23 Il discorso di Moro è tratto ancora da: Flamigni, «Il mio sangue ricadrà su di loro» cit., pp. 321-28, e sempre dalla parte del memoriale ritrovato nel 1978 in via Monte Nevoso. La sera del 20 marzo 1979, a Roma, in via Orazio, il giornalista Carmine Pecorelli, detto Mino, era appena salito sulla sua Citroen quando venne ucciso con quattro proiettili calibro 7,65, esplosi da una pistola con silenziatore, attraverso il vetro del finestrino. Il primo proiettile colpí Pecorelli in bocca. Sulla dinamica dell’omicidio si veda: Corte d’Assise d’Appello di Perugia, 24 settembre 1999, Calò + 6, cap. 5. Il governo Andreotti V è stato in carica dal 20 marzo 1979 al 4 agosto 1979. Il commento del mezzobusto del Tg1 è inventato da me.

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Tavv. 24-25 Riguardo la decisione di spostare il laboratorio di Francesco Marino Mannoia, si veda sempre: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti cit., pp. 634-35. La scelta di far discutere Bontate e Inzerillo con tanti mesi di preavviso rispetto al sequestro simulato di Sindona è mia, anche se è certo che la pianificazione del finto rapimento iniziò mesi prima della sua attuazione come riportato anche in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119 cit., p. 812, dove si rileva che il passaporto usa- to da Sindona – intestato però a Joseph Bonamico – venne rilasciato e ritirato il 3 aprile 1979, ma non dal signor Bonamico il quale infatti dovette richiederne un’altra copia. Il lavoro di chimico di Francesco Marino Mannoia detto «Mozzarella» viene ben descritto in: L’Eldorado della morte, in «L’Ora», 4 gennaio 1990, e anche in: E. Deaglio, Il raccolto rosso 1982-2010. Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze, il Saggiatore, Milano 2010, pp. 35-37. Il discorso di Boris Giuliano è tratto da: A. Cipriani, Mafia. Il riciclaggio del denaro sporco, Napoleone, Roma 1989, p. 13. Nel 1979 il consumo di eroina iniziava a diffondersi anche a Palermo e alla fine di maggio, con la morte del ventitreenne Virgilio Cozzo, si registrò il primo caso di decesso per overdose (si veda: D. Billitteri, Eroina: ha ucciso anche qui, in «L’Ora», 31 maggio 1979, p. 9). La telefonata minatoria ai danni di Boris Giuliano viene riportata da diverse fonti, prima fra tutte certamente: Questura di Palermo, Squadra mobile, Relazione di servizio di Adamuccio Rodolfo, 29 aprile 1979 (in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.; si veda anche: F. La Licata, Da dove «l’avvertimento?», in «L’Ora», 25 luglio 1979, p. 5). La voce della telefonata anonima, secondo una perizia fonica richiesta da Paolo Borsellino al prof. Roberto Piazza, risultò essere quella di Pietro Marchese (si veda: Fu Marchese a minacciare Boris Giuliano, in «L’Ora», 10 dicembre 1981, p. 9).

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Tavv. 26-27 Le prime elezioni degli stati membri della Comunità Europea, nonché le prime elezioni internazionali della storia, si svolsero in Italia il 10 giugno 1979. I comizi di chiusura della campagna elettorale sia del Partito Comunista Italiano, sia della Democrazia Cristiana si tennero a Palermo, il 7 giugno. Enrico Berlinguer chiuse la campagna elettorale a piazza Politeama, mentre l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti intervenne al cinema Nazionale. A tal proposito si veda: Berlinguer ed Andreotti chiudono la campagna per le europee, in «L’Ora», 7 giugno 1979, p. 7. Il discorso di Andreotti in questa pagina l’ho inventato ma alcuni stralci del discor- so originale si possono leggere in: A. Calabrò, «Io in pensione? Nel Duemila ci sarò an- cora...», in «L’Ora», 8 giugno 1979, p. 4, e alla fine di questo articolo, inoltre, viene fatto esplicito riferimento alla cena elettorale organizzata dai Salvo: Finito il comizio, tra applausi, inni d’Italia e Bianco fiore, Andreotti è uscito tra due ali di poliziotti ed è andato a cena alla Zagarella, a Santa Flavia. Accolto sulla soglia da Nino Salvo (della potente famiglia degli “esattoriali”), circondato da trecento tra deputati, senatori, consiglieri comunali, sindacalisti Cisl, Andreotti ha preso posto nella sala del ricco buffet (tartine di caviale e salmone, insalate russe, pasticci di anelleti e lasagne, aragoste, gamberoni, porchette e cinghiali, fagiani e vitelline, immensi pesci arrosto, torte di panna e ricotta, profitteroles, un carro di splendida frutta fresca) ha mangiato rapidamente ed è andato via, poco dopo le 23. La presenza di Andreotti al ricevimento elettorale all’Hotel Zagarella è stato un punto saliente del processo di Palermo, quando si è cercato di dimostrare che fra Giulio Andreotti e i cugini Nino e Ignazio Salvo esisteva un rapporto di amicizia, la qualcosa è sempre stata negata dallo stesso Andreotti, che nell’udienza del 29 ottobre 1998 del processo di Palermo, ha dichiarato a proposito della cena elettorale allo Zagarella: «Quella fu la prima e anche l’ultima volta che incontrai uno dei cugini Salvo e precisamente Nino Salvo. Escludo di aver mai incontrato l’altro cugino, cioè Ignazio». A tale proposito sono state acquisite agli atti del processo anche due foto del ricevimento allo Zagarella, scattate quella sera stessa da Letizia Battaglia. Le foto in questione si possono vedere in: L. Battaglia, Passione, Giustizia, Libertà. Fotografie dalla Sicilia, Federico Motta, Milano 1999, p. 84, e, salvo piccole modifiche, le abbiamo utilizzate per le vignette 2 e 3 di tavola 27 (si veda anche: S. Lupo, Che cos’è la mafia. Sciascia e Andreotti, l’antimafia e la politica, Donzelli, Roma 2007.) Il breve dialogo fra Nino Salvo e Giulio Andreotti l’ho ripreso da: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti cit., pp. 257-69. Il dialogo fra Piersanti Mattarella e l’allora ministro della Difesa, Attilio Ruffini, è inventato da me.

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Tav. 28 Il discorso di Leonardo Sciascia è la sintesi di tre interviste dell’epoca, in cui Sciascia esprimeva alcuni suoi convincimenti: P. Guzzanti, Quando sarò deputato..., in «la Repubblica», 18 maggio 1979, p. 4; G. Arato, Sciascia da deputato ha un obiettivo? «Evitare che l’Italia diventi Sicilia», in «Il Secolo XIX», 7 giugno 1979, p. 1; G. Barbera, P. Brogi e E. Deaglio (a cura di), Un sogno fatto in Sicilia, in «Lotta Continua», 21 ottobre 1978. L’ipotesi che Leonardo Sciascia e Boris Giuliano si frequentassero a Palermo, scambiandosi opinioni durante lunghe passeggiate a villa Sperlinga, è stata suggerita in: D. Billitteri, Boris Giuliano. La squadra dei giusti, Aliberti, Reggio Emilia 2008. Non posso avere la certezza che, già prima della sua elezione a parlamentare con il Partito Radicale, Leonardo Sciascia pensasse di chiedere di far parte della commis- sione sul caso Moro (la quale doveva ancora essere istituita), comunque, circa un anno dopo, la sua candidatura a far parte della commissione sembra sia stata osteggiata dalla Democrazia Cristiana secondo quanto riportato dello stesso Sciascia in: Sciascia: perché non mi vogliono, in «L’Ora», 2 ottobre 1979, p. 2. Il libro a cui fa riferimento Boris Giuliano è naturalmente: L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961, e il brano qui citato da Sciascia, con piccoli tagli, si trova, nell’edizione in mio possesso (Adelphi, Milano 1993), alle pagine 107-8. Il medesimo brano verrà citato dallo stesso Sciascia in apertura del celebre articolo I pro- fessionisti dell’antimafia e fu sempre Sciascia a fare riferimento a Il giorno della civetta in un’intervista in cui parlava del delitto Giuliano e di indagini bancarie (F. Cavalla- ro, «Anche questo è mafia: aver lasciato tanto solo il procuratore Costa», in «Giornale di Sicilia», 17 agosto 1980, p. 1).

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Tav. 29 Il ritrovamento delle valigie con i dollari all’aeroporto di Punta Raisi è citato in numerose fonti, prime fra tutte: 600 000 dollari (mezzo miliardo di lire): ma di chi sono?, in «L’Ora», 20 giugno 1979, p. 4; Sull’aereo c’era chi ha portato le valigie, in «L’Ora», 21 giugno 1979, p. 7 (la cifra esatta si può leggere anche in: Billitteri, Boris Giuliano cit., p. 201). Il dialogo fra Boris Giuliano e l’allora vicedirettore della Sicilcassa, Francesco Lo Coco, cosí come il dialogo fra lo stesso Lo Coco e Stefano Bontate, sono inventati ma si basano su quanto riportato da Falcone in: Falcone e Padovani, Cose di Cosa Nostra cit., p. 43.

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Tav. 30 L’arresto di Nino Gioè e Nino Marchese, fermati mentre cercavano di recuperare una Taurus .38 Special, incredibilmente dimenticata o accidentalmente persa in un bar-ristorante in via Francesco Crispi, a Palermo, è un fortuito quanto decisivo episodio che ha portato alla scoperta del rifugio di Leoluca Bagarella, in via Pecori Giraldi 56, e viene citato praticamente in ogni libro di storia sulla mafia con- temporanea. Le prime fonti comunque restano: Sequestrate armi e droga. Due arresti e non è finita, in «L’Ora», 10 luglio 1979, p. 6; C’è Bagarella nel fiume della droga, in «L’Ora», 23 luglio 1979, p. 4. Il 25 ottobre 1979, a seguito delle indagini giudiziarie iniziate da Boris Giuliano con la scoperta del «covo» di via Pecori Giraldi, la Squadra mobile di Palermo redasse un rapporto citato in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit. Successivamente i risultati del lavoro congiunto delle forze dell’ordine porteranno a identificare, fra i moventi del delitto Giuliano, proprio la perquisizione dell’appartamento dove vennero trovati armi, circa quattro chili di eroina, «documenti, fotografie ed altri oggetti rivelatisi poi di notevole utilità per la prosecuzione delle indagini» (come si legge in: Squadra mobile di Palermo, Nucleo operativo della legione dei Carabinieri di Palermo, B. Contrada, G. Impallomeni e S. Rizzo, Rapporto giudiziario, 7 febbraio 1981, consultabile in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.). L’appartamento di via Pecori Giraldi subí, pare, almeno due perquisizioni, una da parte della Polizia di Palermo e una successiva da parte dei Carabinieri di Monreale; l’indagine dei Carabinieri, guidati dal capitano Emanuele Basile, iniziò il 25 luglio 1979. A proposito delle risultanze delle perquisizioni effettuate a via Pecori Giraldi ci sono di volta in volta, a seconda delle ricostruzioni citate nei diversi libri, piccole discrepanze. L’unico libro, a mia conoscenza, in cui si sostiene esplicitamente che le foto che ritraggono vari affiliati a Cosa Nostra assieme al boss napoletano Lorenzo Nuvoletta, siano state trovate nella seconda ispezione, cioè quella dei Carabinieri guidati da Basile, è: M. Guarino e F. Raugei, Gli anni del disonore. Dal 1965 il potere occulto di Licio Gelli e della Loggia P2 tra affari, scandali e stragi, Edizioni Dedalo, Bari 2006, dove in una nota si legge: «Alla perquisizione sfuggiranno alcune fotografie, ben occultate, che saranno ritrovate in una successiva indagine dal capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, da poco nuovo comandante della stazione di Monreale».

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Tav. 31 L’omicidio di Boris Giuliano, fra le molte fonti, viene raccontato anche in: Lodato, Venticinque anni di mafia cit., p. 14. Sull’esatta dinamica del delitto si veda: Questura di Palermo, Squadra mobile, Se- gnalazione di reato, 21 luglio 1979; Questura di Palermo, Squadra mobile, Rapporto preliminare indagini, 16 dicembre 1979 (entrambi in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.). Si veda anche: Qualcosa non quadra, in «L’Ora», 23 luglio 1979, p. 2. La segnalazione via radio l’ho ripresa letteralmente da: Billitteri, Boris Giuliano. La squadra dei giusti cit., pp. 24-25.

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Tav. 32 La prima vignetta di tavola 32 è tratta dai rilievi fotografici effettuati dalla Squadra mobile di Palermo nel bar Lux. Le indagini sulla morte di Boris Giuliano vennero inizialmente condotte da Bruno Contrada, come riportato anche nel citato articolo: F. La Licata, Da dove «l’avvertimento?», in «L’Ora», 25 luglio 1979, p. 5. Il 7 febbraio 1981, Bruno Contrada consegnò il già citato rapporto in ordine agli omicidi Giuliano e Basile, anche se dal 1° febbraio dello stesso anno aveva nel frattempo cessato ogni funzione di polizia giudiziaria (come riportato nel secondo ricorso in Cassazione del processo Contrada: P. Milo e G. Sbacchi, Dichiarazione di ricorso per Cassazione e motivi contestuali, consultabile in: http://www.brunocontra- da.info/ricorso.php). La telefonata anonima ricevuta dalla segretaria di Sindona, Xenia Vago, viene riportata nell’articolo: Sindona: rapito o fuggito? I familiari insistono: è stato sequestrato, l’Fbi però segue «varie piste», in «L’Ora», 7 agosto 1979, p. 3. La dichiarazione di Cesare Terranova è riportata in: È denaro fatto col sangue, in «L’Ora», 2 ottobre 1979, p. 3, dove si parla di alcune misure di contrasto proposte dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, ai cui lavori aveva partecipato lo stesso Terranova. Nell’agosto del 1979, l’Italia venne davvero investita da una violenta ondata di maltempo (si veda: Arriva il maltempo. Violenti temporali in tutta Italia, in «L’Ora», 9 agosto 1979, p. 2).

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Tav. 33 I vari spostamenti di Joseph Miceli Crimi fra Palermo e Arezzo sono sta- ti inconfutabilmente ricostruiti dall’istruttoria dei giudici Giuliano Turone e Gherardo Colombo, come si può leggere in: Tribunale di Milano, Sindona. L’atto d’accusa dei giudici di Milano, Editori Riuniti, Roma 1986. La dinamica del ferimento di Sindona verrà rivelata da Miceli Crimi durante un interrogatorio con Giovanni Falcone di cui si darà conto successivamente. Per quanto riguarda l’assassinio di Cesare Terranova e il luogo del delitto, si veda: Lodato, Venticinque anni di mafia cit., p. 19; Ucciso il giudice Terranova e la sua guardia del corpo. Ore 8.30, agguato in via De Amicis, in «L’Ora» edizione straordinaria delle ore 10.30, 25 settembre 1979, p. 1; Luciano Liggio lo aveva condannato a morte. Le tappe salienti della carriera del coraggioso magistrato palermitano, in «L’Ora» edizione straordinaria delle ore 10.30, 25 settembre 1979, p. 3; Non hanno potuto reagire. Una disperata manovra con l’auto per sfuggire agli assassini, in «L’Ora», 25 settembre 1979, p. 3.

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Tavv. 34-35 Il notiziario via radio di tavola 34, cosí come il testo dell’articolo delle tavole seguenti 35-36, sono ripresi da: Ora per quel posto la lotta è aperta. Altri 26 magistrati hanno chiesto l’incarico di capo dell’Ufficio Istruzione, in «L’Ora», 26 settembre 1979, p. 3. La scena familiare a casa Chinnici è ispirata da: L. Zingales, Rocco Chinnici. L’inventore del pool antimafia, Limina, Arezzo 2006. La notizia che Borsellino fece l’uditore a Palermo con Cesare Terranova è ripresa da: Lucentini, Paolo Borsellino cit., p. 38 e p. 42.

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Tavv. 36-37 Ignoro se Falcone abbia davvero studiato nello specifico i processi istruiti da Cesare Terranova, ma appare ovvio che dopo oltre dieci anni di carriera avesse ben presente le problematiche che si potevano riscontrare in un’istruttoria per reati di mafia, anche considerando che a Trapani aveva istruito «cospicui processi per delitti di mafia» (Galluzzo, La Licata e Lodato, Rapporto sulla mafia degli anni Ottanta cit., p. 25). Il lavoro svolto dalla procura di Palermo a cui fa riferimento Falcone viene citato in diversi articoli dell’epoca, fra cui: Il giudice a Milano sulla scia degli assegni trovati al boss Di Cristina. La pista del denaro sporco, in «L’Ora», 28 settembre 1979, p. 3; F. La Licata, Duri colpi sulla multinazionale della droga, in «L’Ora», 11 luglio 1979, p. 9. In Lodato, Venticinque anni di mafia cit., p. 52, si fa cenno alla decisione di Falco- ne di trasferirsi all’Ufficio Istruzione all’indomani dell’assassinio di Cesare Terranova. Il periodo esatto è frutto di una mia deduzione ma è quasi sicuramente compreso fra il 25 e il 30 settembre 1979.

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Tav. 40 Rocco Chinnici assunse la carica di consigliere istruttore il 5 dicembre 1979, come riportato in: A.Stabile, Il giudice Chinnici capo dell’Ufficio Istruzione, in «L’Ora», 6 dicembre 1979, p. 10, e in questo articolo espresse la volontà di aumentare il numero di giudici istruttori da dieci a quattordici.Fra Gaetano Costa e Rocco Chinnici si instaurò un rapporto di cordialità fin dall’insediamento del primo come procuratore della Repubblica, rapporto che si andò intensificando nei due anni successivi, come testimonia lo stesso Chinnici alla prima commissione referente del Consiglio superiore della magistratura in data 25 febbraio 1982: Quando [Costa] venne a Palermo [...] comunque instaurammo buoni rapporti di cordialità; ogni tanto io andavo in procura e per parlare un po’ dei processi e perché, nel frattempo, si erano verificati gravi fatti di sangue [...] questo rapporto con il procuratore della Repubblica non era intenso non perché da parte sua o da parte mia ci fosse indisponibilità, ma perché avevo sempre moltissimo lavoro. [...] I miei rapporti con Costa erano molto buoni sul piano del lavoro, insomma ogni tanto avevamo qualche scambio di idee, ma in modo sporadico. L’espressione «fare fronte unico» espressa da Costa a Chinnici è letterale e l’ho tratta da: Aa. Vv., Gaetano Costa 25 anni dopo. Processo di 1° e 2° grado, Fondazione Gaetano Costa, Palermo 2005, p. 44. Non posso sapere se Giuseppe Di Lello sia stato presentato da Gaetano Costa a Rocco Chinnici, ma sicuramente Costa incoraggiò Di Lello a passare all’Ufficio Istru- zione come dichiarato dallo stesso Di Lello in: F. Renda (a cura di), In ricordo di Gaetano Costa, Fondazione Gaetano Costa, Palermo 1992, pp. 95-97.
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Tavv. 41-43 È lo stesso Paolo Borsellino in Lucentini, Paolo Borsellino cit., pp. 20-21, a confidare la sua passione giovanile per il panino con la milza, tipica pietanza palermitana, e specialmente per quello dell’Antica focacceria San Francesco, antistante la chiesa di San Francesco dove Borsellino da bambino faceva il chierichetto e che distava poche centinaia di metri da casa sua; nel ricordo dei suoi pomeriggi nella chiesa di San Francesco e delle visite alla focacceria Borsellino non fa riferimento a Giovanni Falcone, ma credo non sia improbabile che ci andassero talvolta insieme, considerando anche, come si vedrà dopo, che entrambi giocavano a pallone proprio nel chiostro della chiesa. La riunione domenicale fra Paolo Borsellino, la moglie Agnese, i figli Lucia, Fiammetta e Manfredi, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo ed Emanuele Basile, per assistere alla tradizionale processione dell’Immacolata che dalla chiesa di San Francesco arriva fino alla chiesa di San Domenico, non viene riportata da nessuna fonte, ma ho pensato che fosse una scena utile sia per mostrare il rapporto di amicizia che legava Paolo Borsellino ed Emanuele Basile, sia per fare il punto delle indagini che da via Pecori Giraldi si collegavano ad Altofonte coinvolgendo Leoluca Bagarella e di cui si darà conto piú avanti. Il percorso della processione, inoltre, attraversa parte di via Vittorio Emanuele, dove Bagarella verrà fortuitamente fermato appena due giorni dopo
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Tav. 44 Quando venne fermato al posto di blocco dei Carabinieri, Bagarella favorí la patente di Salvatore Di Maggio, impiegato postale a San Cipirrello, e per avere esibito un documento non di sua proprietà venne anche processato, come riportato in: Bagarella marca visita, in «L’Ora», 31 marzo 1980, p. 5. Sull’arresto di Bagarella si veda: A. Bolzoni, Cosí è caduto un boss, in «L’Ora», 12 dicembre 1979, p. 4. Bagarella, una volta portato in caserma e accertata la sua vera identità, diede in escandescenza (Sotto i flash in caserma ha perso la calma, in «L’Ora», 12 dicembre 1979, p. 5). Secondo un’altra ricostruzione, invece, una volta giunto in caserma cercò di divincolarsi dai carabinieri, ma solo quando si rese conto di essere stato riconosciuto (C. Lucarelli, La mattanza. Dal silenzio sulla mafia al silenzio della mafia, Einaudi, Torino 2004, pp. 7-8).
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Tavv. 45-47 Giuseppe Greco detto Pino e soprannominato «Scarpuzzedda», parente di Michele Greco che era allora capo della Commissione mafiosa di Palermo, fu uno dei piú spietati e letali sicari di Cosa Nostra, organico alla famiglia di Ciaculli e longa manus di Riina nella cosiddetta seconda guerra di mafia scatenata all’inizio del 1981. Nel 1979 il nome di Pino Greco era già noto alle forze dell’ordine, come si può evincere leggendo un articolo pubblicato all’inizio di aprile del 1980 quando Scarpuzzedda venne fermato dalla polizia: «Ieri in via Lincoln è stato arrestato, dopo cinque anni di latitanza, Pino Greco, 28 anni, ritenuto dalla polizia e dai carabinieri esponente di primo piano della mafia di Ciaculli [...] ritenuto elemento pericolosissimo tanto che veniva ricercato con il “1000 B”, codice usato dalla polizia per il massimo grado di pericolosità» (in: «Bufera» per i Greco, in «L’Ora», 2 aprile 1980, p. 8). Come si è visto sopra, «Scarpuzzedda», oltre a essere diventato un membro della Commissione, addirittura ne stabiliva le date di riunione, surclassando cosí la figura di Michele Greco. Sempre sulla figura di Pino Greco «Scarpuzzedda» si veda anche: Solo il cugino- nemico riuscí a snidarlo e ferirlo, in «L’Ora», 11 agosto 1983, p. 3, dove viene riportato: «Di Pino Greco si dice che abbia un’abilità fuori dal comune nello sparare. Capace, insomma, di colpire i bersagli piú difficili, in qualsiasi condizione». Infine, una curiosità: pare che Pino Greco abbia sostenuto un brillante esame di maturità classica (si veda: Caruso, Da cosa nasce cosa cit., p. 271). Alcune interessanti immagini della tenuta Favarella si possono vedere nel servizio televisivo andato in onda su Rai 3: P. Gambescia, P. Passalacqua e A. Vergine (a cura di S. Guberti), Processo alla mafia, 17 dicembre 1987. A quanto sembra Riina e Provenzano, in rappresentanza di Luciano Liggio per la famiglia di Corleone, disattendevano sistematicamente le riunioni della Commissione, infastidendo cosí l’ala cosiddetta «moderata» della Commissione e facendo infuriare quello che ne era il suo rappresentante piú carismatico e cioè Stefano Bontate (si veda: F. Calvi, La vita quotidiana della mafia dal 1950 ai nostri giorni, Rizzoli, Milano 1986). Secondo quanto riportato dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, Salvatore Greco detto «il senatore», fratello di Michele Greco, nel settembre del 1979 gli fece capire esplicitamente che la sorte di Piersanti Mattarella era stata già decisa dalla Commissione: «Stiamo sulla macchina e parlando cosí gli dico: sí, però la corrente di Mattarella e Mattarella vedo che va forte. Mi fa: Mattarella è finito. Ci ho detto: no, vedi che io... No, no, dice, Fra’, Mattarella è finito. Io lo guardo, ci facciamo un sorrisino. Ho detto: come è finito politicamente? In tutti i sensi» (si veda: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti cit., p. 138). Il particolare che Piersanti Mattarella, quando era assessore al bilancio della regione Sicilia, bloccò la richiesta di aprire una cassa rurale a Salemi, il cui primo firmatario era Ignazio Lo Presti, ingenerando cosí il disappunto dei cugini Salvo, viene riportata in una dichiarazione del fratello, Sergio Mattarella, nell’ambito del processo relativo all’omicidio del presidente della regione Sicilia e ripresa in: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti cit. Per quanto riguarda la decisione di Piersanti Mattarella di interessarsi ai fondi per l’agricoltura si veda sempre: Saltini, A Palermo la conferenza agricola regionale cit., mentre daremo conto piú avanti delle inchieste sugli appalti edilizi. Al di là delle risultanze processuali tutti gli elementi succitati sicuramente indicavano una volontà di Mattarella di fare luce il piú possibile nella zona grigia fra governo regionale e criminalità organizzata. La scena della morte di Piersanti Mattarella, da vignetta 3 a vignetta 5, è stata ripresa dal servizio fotografico pubblicato all’epoca su «L’Ora» (si veda: L. Battaglia e F. Zecchin, in «L’Ora», 7 gennaio 1980, pp. i-viii). L’ultima vignetta, invece,si basa sulla foto della camera ardente a corredo dell’articolo: A. Calabrò, La folla impietrita, in «L’Ora», 7 gennaio 1980, p. 7.
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Tav. 48 Il discorso di Cuticchio sulla detenzione di Tommaso Buscetta è ripre- so da: G. Lo Monaco, «Semilibero» ma a Torino, in «L’Ora», 18 febbraio 1980, p. 6, dove viene anche ricostruita in generale la storia giudiziaria del cosiddetto «boss dei due mondi». Si veda anche: Fuga di Buscetta: inchiesta, in «L’Ora», 3 settembre 1980, p. 7, dove viene dichiarato che l’affidamento sociale di Buscetta venne svolto presso Andrea Natoli, un vetraio di origine siciliana di 65 anni, per la somma di 368 000 lire al mese. Si veda anche: A. Stille, Nella terra degli infedeli. Mafia e politica, Garzanti, Milano 2007, p. 124.
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Tav. 49 Il capo della Squadra mobile di Palermo, Giuseppe Impallomeni, si insediò all’inizio del febbraio 1980, come riportato in: Il nuovo capo della Mobile studia i misteri di Palermo, in «L’Ora», 2 febbraio 1980, p. 8. Una prima ricostruzione sulle indagini portate avanti da Emanuele Basile, indagini che si intrecciavano con quelle condotte a suo tempo da Boris Giuliano, e la conseguente emissione di mandati di cattura ad Altofonte, si può leggere in: A. Bolzoni e G. M. Costa, Droga e delitti: presi i capi, in «L’Ora», 6 febbraio 1980, p. 10; A. Bolzoni, Quale rapporto col grande Bagarella, in «L’Ora», 7 febbraio 1980, p. 5; N. Sofia, Il primo colpo lo diede Giuliano, in «L’Ora», 7 febbraio 1980, p. 5. L’inchiesta venne formalizzata il 18 febbraio quando il sostituto procuratore Antonino Gatto inviò gli atti a Paolo Borsellino, chiedendo che il procedimento a carico delle persone arrestate ad Altofonte, venisse unificato con il procedimento relativo al ritrovamento di droga nell’appartamento di via Pecori Giraldi e ad altri procedimenti relativi a omicidi avvenuti nella zona di Altofonte e chiedendo inoltre che nei confronti delle persone fermate si procedesse con mandato di cattura per associazione a delinquere e traffico di stupefacenti (si veda: Mandati di cattura per la gang di Altofonte, in «L’Ora», 18 febbraio 1980, p. 6, e anche: G. Lo Monaco, La misteriosa villa dei boss, in «L’Ora», 21 aprile 1980, p. 6, dove vengono citati gli arresti di Giacomo Riina e Giuseppe Liggio).
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Tavv. 50-51 La conversazione telefonica fra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri riportata nella tav. 50 è un piccolo stralcio della famosa telefonata intercettata il 14 febbraio 1980 dalla Criminalpol Lombardia e compendiata nel rapporto 0500/CAS/ Criminalpol del 13 aprile 1981 a firma Antonio Fiori (si veda: M. Guarino, L’orgia del potere. Testimonianze, scandali e rivelazioni su Silvio Berlusconi, Dedalo, Bari 2005, p. 70), in cui Mangano viene identificato come «il vero cervello e il centro motore del crimine organizzato in Lombardia» (citato in: G. Ruggeri, Berlusconi. Gli affari del presidente, Kaos Edizioni, Milano 1994, p. 161) tanto che il rapporto venne denominato «Vittorio Mangano + 101». Sull’esito di queste indagini si può leggere quanto riportato in Tribunale di Palermo, II sezione penale, 11 dicembre 2004, Dell’Utri-Cinà, p. 439: Le indagini portavano ad una serie di arresti eseguiti contestualmente la notte del 15 febbraio 1983 (da qui la denominazione di «blitz di San Valentino» data a quella importante operazione di polizia) ed erano caratterizzate da tutta una serie di vicende processuali particolarmente travagliate, tra le quali una eccezione di incompetenza per territorio dell’autorità giudiziaria procedente. Dal rapporto 0500/CAS del 13 aprile 1981 e dalle indagini che erano scaturite dallo stesso veniva instaurato un altro procedimento penale, nel quale rimaneva coinvolto il Mangano, a carico di Agostoni Ernesto + 28, definito dall’autorità giudiziaria milanese (v. sentenza di 1° grado del 23 maggio 1986 [...]) la quale si era occupata di una associazione di tipo mafioso finalizzata anche al riciclaggio di denaro e di una serie di reati di estorsione e traffico di sostanze stupefacenti. Marcello Dell’Utri non venne inserito originariamente nel rapporto 0500/CAS/ Criminalpol, ma il 2 dicembre 1981 gli venne comunque notificata una comunicazione giudiziaria per associazione per delinquere, in occasione di una perquisizione disposta dalla procura della Repubblica proprio a seguito della telefonata del 14 febbraio. La posizione di Dell’Utri verrà stralciata nel 1987 e infine decisa con sentenza emessa il 24 maggio 1990 dal giudice istruttore di Milano (si veda: Corte d’Appello di Palermo, II sezione penale, 29 giugno 2010, Dell’Utri-Cinà). Come riportato dallo stesso Antonio Fiori, l’indagine iniziò quasi per caso: «La nostra inchiesta iniziò nel 1978-79 e proseguí fino al 1982-83 [...] Avviammo quell’indagine quasi per caso. Tutto cominciò dall’ippodromo: giravano strani personaggi che attirarono la nostra attenzione» (G. Barbacetto e M. Portanova, Sapessi com’è strano, parlare di mafia a Milano citato in http://www.ecomancina.com/mafiamilano.htm). Nell’ottobre del 1984, il quotidiano «L’Ora» pubblicò il primo articolo in cui si fa cenno alla famosa telefonata Mangano-Dell’Utri, articolo subito ripreso dai maggiori quotidiani nazionali e prontamente smentito dal gruppo Fininvest (si veda: N. Lombardozzi, Cioccolatini e televisione, in «L’Ora», 10 ottobre 1984, p. 3; Berlusconi: Ciancimino? Ma chi lo conosce, in «L’Ora», 11 ottobre 1984, p. 5). L’articolo di Lombardozzi riassume a grandi linee l’inchiesta, riportando come la Criminalpol fosse arrivata a Vittorio Mangano indagando su Alberto Dell’Utri, fratello gemello di Marcello, il quale era rimasto coinvolto nel fallimento della Venchi Unica 2000, una nota azienda dolciaria torinese. L’indagine portò a una serie di arresti effettuati nella notte del 15 febbraio 1983 e che divennero noti appunto come «blitz di San Valentino». Il testo della telefonata intercettata riportato nella tavola è ridotto al minimo ma nel prosieguo della telefonata, come è noto, i due discutono dell’acquisto di un cavallo (Mangano: «Il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo...») e quando Dell’Utri lamenta di non avere denaro disponibile viene chiamato in causa di sfuggita anche Sil- vio Berlusconi (Mangano: «Vada dal suo principale! Silvio!»). Il testo integrale dell’intercettazione, fra le tante fonti, si può leggere in: Tribu- nale di Palermo, II sezione penale, 11 dicembre 2004, Dell’Utri-Cinà cit., capitolo 5, pp. 485-92. Quando Mangano venne denunciato nell’ambito della «San Valentino», però, era detenuto ormai da circa tre anni per traffico di stupefacenti, poiché su di lui non si erano concentrate solo le attenzioni e le intercettazioni della Criminalpol ma anche della questura di Palermo. Le intercettazioni messe in atto dalla polizia di Palermo iniziarono per un tentativo di estorsione a seguito dell’esplosione di un ordigno nel cantiere edile dell’ingegnere Aldo Valentino. La Squadra mobile di Palermo, dopo aver individuato la base degli autori dell’estorsione, chiese l’autorizzazione per delle intercettazioni telefoniche che venne concessa dalla procura della Repubblica in data 4 marzo (si veda la requisitoria del processo Spatola: Procura della Repubblica di Palermo, sostituto procuratore G. Sciacchitano, 7 dicembre 1981, Requisitoria Spatola Rosario + 119, p. 146). In un periodo compreso fra il 10 marzo e l’11 aprile 1980 vennero registrate almeno 16 telefonate fra Vittorio Mangano, a Milano, e Rosario Inzerillo, a Palermo, nelle quali i due parlavano dell’acquisto di «cavalli» o «vitelli» (in una telefonata si parla invece di «due vestiti») e dei relativi «documenti» per acquistarli. Falcone nell’istruttoria del processo Spatola dimostrò che si trattava di termini in codice per indicare partite di eroina e questa interpretazione venne confermata durante il processo. A tal proposito si può leggere quanto scritto nella requisitoria (Procura della Repubblica di Palermo, sostituto procuratore G. Sciacchitano, 7 dicembre 1981, Requisitoria Spatola Rosario + 119 cit., p. 164): A questo punto non è chi non veda come «cavalli», «vestiti», «vitelli» non possano certo essere ciò che le parole indicano, sia perché di essi si parla alternati- vamente e confusamente nella stessa conversazione, sia perché cavalli e vitelli non si portano dietro, con grande facilità, e comunque non si portano in un grande al- bergo, come pare invece indicare il Mangano; sia ancora perché mentre parla di ca- valli, improvvisamente e con naturalezza, Mangano cambia soggetto e rivolgendosi a Rosario: «altrimenti gli dici che la dà a “’U Chiattuni” e “’U Chiattuni” la dà a me». Ma «la dà», cosa? Non certo i cavalli, ma una merce di genere femminile, che però non va nominata. E Mangano precisa che ha «quella partita» che aveva Filippo e per la quale gli aveva chiesto «una cifra astronomica». E si continua successivamente a parlare di documenti che servono per avere i cavalli e di trasporto sia di cavalli che di documenti. Questi termini stanno dunque per droga e dollari: cavalli e vitelli per droga, documenti per dollari. Falcone, dal canto suo, scriveva nell’istruttoria (Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119 cit., pp. 476-79): Vittorio Mangano – che larvatamente aveva posto in dubbio che egli avesse effettuato le telefonate attribuitegli – ha formalmente rinunziato alla richiesta di ascolto di tali telefonate. Ha affermato, inoltre, che egli, Filippo Piraino e Rosario Inzerillo avevano intenzione di acquistare dei cavalli mezzo-sangue o tre quarti di sangue e, sfruttando i certificati di cavalli purosangue ormai fuori pista per incidenti o per altri motivi, venderli come purosangue, e, quindi, ad un prezzo molto piú elevato. [...] Senonché, gli imputati non hanno tenuto conto che tale linea difensiva trova insuperabile contrasto: - nel fatto che i febbrili contatti telefonici e le improvvise partenze per Mila- no determinate da tali telefonate avevano lo scopo di acquistare i «cavalli» per la «famiglia» di Salvatore Inzerillo di Giuseppe come è stato dimostrato ampiamente nelle pagine che precedono. Ora, suscita addirittura il sorriso che loro avessero intenzione di truffare il potentissimo e temutissimo «boss»; - nel fatto che lo stesso Mangano ha dichiarato che in Sicilia sono i mezzosan- gue quelli piú richiesti, per cui un tal tipo di truffa qui non avrebbe avuto campo fertile, ma, semmai, in altre zone d’Italia; - nel fatto che, in una delle conversazioni sopra riportate, Vittorio Mangano dice a Rosario Inzerillo che vi era la possibilità di acquistare purosangue arabi; ora, è assurdo che mentisse anche a chi era perfettamente a conoscenza di tutto; - nel fatto che né il Mangano, né gli altri hanno offerto il benché minimo concreto riscontro alla loro tesi. Aggiungasi che, mentre il Mangano ha escluso di avere commerciato in vitelli da almeno dieci anni (la domanda gli era stata fatta perché in una telefonata si parla, appunto, di vitelli), Rosario Inzerillo ha detto, invece, che egli e Vittorio Mangano avevano effettivamente praticato il commercio di vitelli e che il Mangano li acquistava a Monza, a Milano ed in Francia ed essi li rivendevano a macellai, i quali si occupavano direttamente della macellazione. Naturalmente, l’Inzerillo non ha saputo indicare nemmeno uno dei macellai che avevano acquistati tali vitelli. Quindi è stato provato che, fra marzo e aprile 1980, quando Mangano parlava con Rosario Inzerillo di «cavalli» intendeva «droga» – «eroina», nello specifico – e per questo e altri motivi è stato condannato in via definitiva. Nessuna Corte invece si è pronunciata in tal senso riguardo la telefonata in cui Mangano e Dell’Utri, circa un mese prima, parlavano di un «cavallo», ritenendo che non ci fossero elementi a sufficienza per acclarare se i due stessero alludendo o meno a una partita di droga. La telefonata in questione è stata intesa però come una prova di un rapporto di amicizia fra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri che proseguiva anche molto tempo dopo che Mangano era stato licenziato dal suo lavoro di stalliere nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. La Corte d’Appello di Palermo scrive a tale proposito in: Corte d’Appello di Palermo, II sezione penale, 29 giugno 2010, Dell’Utri-Cinà cit., p. 20:
La conversazione del 14 febbraio 1980, pur contenendo riferimenti a «cavalli», termine criptico usato in altre occasioni dal Mangano per parlare di stupefacenti, non ha comunque evidenziato secondo il tribunale elementi collegabili a traffici illeciti ed ha costituito il solo contatto accertato nel corso di quelle indagini tra Dell’Utri ed uno dei numerosi personaggi oggetto di attenzione da parte degli inquirenti. Essa, tuttavia, ha confermato che i rapporti tra Mangano e Dell’Utri era- no proseguiti anche dopo l’allontanamento del primo da Arcore, interrompendosi solo durante la lunga carcerazione del Mangano (dal maggio 1980), e riprendendo dopo la scarcerazione dieci anni dopo.
Considerato quanto sopra riportato, ho mostrato nella quarta vignetta una lista in cui sono segnati i nomi dei principali referenti palermitani di Vittorio Mangano nell’ambito del traffico di stupefacenti, per rendere inequivocabile la sua caratura criminale.
Incidentalmente quasi nello stesso momento in cui, a Milano, Vittorio Mangano parlava con Marcello Dell’Utri, a Palermo, a piazza Politeama, avveniva un incontro fra alcuni membri di Cosa Nostra per organizzare una importante spedizione di eroina negli Stati Uniti per un peso complessivo di 40,610 kg (si veda: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119, pp. 189-90).
Alla preparazione dell’eroina assistette Salvatore Contorno, come da lui stesso di- chiarato nell’istruttoria del primo maxiprocesso e ribadito anche in aula, a New York, al processo «Pizza Connection» (si veda: G. Lo Bianco, Pentito viaggiatore, in «L’Ora», 27 maggio 1989, p. 12). Nell’ordinanza del primo maxiprocesso, Tribunale di Paler- mo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 9, pp. 1895-98, si legge:
Ebbene l’ispezione dei pacchi di eroina sequestrati agli Adamita nel marzo 1980, tutt’ora custoditi nell’ufficio Corpi di reato del tribunale di Milano, ha consentito di accertare che sui sacchetti di cellophan contenenti la droga erano stati apposti quei segni convenzionali (numeri di vario colore, segni di X, tagli alle estremità) minuziosamente descritti dall’imputato.Nelle stesse pagine Contorno spiega che la preparazione non avvenne nei locali dell’I.C.RE. (Industria Chiodi Reti) di Bagheria, di proprietà di Leonardo Greco, parente dei Greco di Ciaculli, come rappresentato in questa tavola, ma in una masseria appartenente sempre allo stesso Leonardo Greco. Contorno raccontò di aver accompa- gnato un altro uomo d’onore coinvolto nel traffico di stupefacenti, Emanuele D’Agostino, e di essere passato insieme a lui prima all’I.C.RE. ma non avendo trovato Greco si recarono in una casa di campagna: Lo accompagnai prima al deposito di ferro, sito all’uscita dell’autostrada per Bagheria, cui è interessato Leonardo Greco, poiché il D’Agostino aveva un appuntamento con quest’ultimo; quindi, poiché Leonardo Greco non era lí, accompagnai il D’Agostino, seguendo le sue indicazioni, in una casa di campagna sita nei pressi di Bagheria, che sarei in grado di identificare. Ho scelto di ambientare la scena nel «deposito di ferro» per motivi esclusivamen- te narrativi, visto che questa stessa ditta verrà citata di nuovo, brevemente, nella cor- so della nostra storia. La droga in questione venne intercettata dalla polizia prima che fosse spedita negli Stati Uniti. Si trattò del piú ingente quantitativo di eroina mai sequestrato fino ad allora in Europa e l’operazione viene ampiamente descritta da Falcone anche in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119 cit., (si veda anche: Il giorno della grande beffa, in «L’Ora», 6 gennaio 1990, p. 12, mentre per i gradi successivi del processo Spatola si veda la nota alla tav. 228). L’eroina in questione sequestrata a Cedrate di Gallarate era stata inserita in sacchetti di plastica, avvolti in una stoffa rossa e inseriti in recipienti di zinco con il coperchio saldato, a loro volta nascosti sotto dei dischi di musica leggera della giovane cantante Esmeralda Ferrara, assolta poi in appello con formula piena dall’accusa di traffico di stupefacenti. Gli Lp in questione si intitolavano Noi due sull’erba e Nulla per noi (si veda: M. Pino, Le signore della droga. Storie scellerate di casalinghe palermitane, La luna, Palermo 1988, p. 75; F. Nicastro, Voleva diventare una star del rock. Incontrò invece il clan della droga, in «Giornale di Sicilia», 23 dicembre 1982, p. 5). La copertina dell’Lp che si vede in questa tavola è ripresa da un disco di Esmeralda Ferrera pubblicato ben dieci anni dopo, ma non avevamo altre fonti disponibili a cui ispirarci.
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Tav. 52 L’articolo cui si fa riferimento in questa tavola è: D. Billitteri, Droga: ai Gambino sfuma un business di miliardi, in «Giornale di Sicilia», 22 marzo 1980, p. 1, e lo stesso articolo è citato da Falcone nell’istruttoria del processo Spatola a proposito di un’intercettazione telefonica del 22 marzo 1980 di fondamentale importanza ai fini dell’istruttoria (Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119 cit., pp. 378-79): La telefonata in arrivo del 22 marzo 1980, alle ore 11.27 [...] è molto impor- tante perché consente di individuare in Salvatore Inzerillo di Giuseppe (n. 15), già emerso nei precedenti episodi di traffico di stupefacenti, il personaggio «innominato» cui fanno riferimento le telefonate riportate in precedenza. Nella conversazione telefonica, il solito «Franco» parla con Rosario [Inzerillo] e, quest’ultimo, nel far riferimento ad una notizia apparsa sui giornali, di dimostra molto preoccupato; Franco gli fa rilevare che nel giornale si parla pure di «lui». Ebbene, nel Giornale di Sicilia del 22 marzo 1980 [...] si dà grande risalto, in prima pagina, al sequestro dell’eroina degli Adamita e si fa riferimento, oltre che ai fratelli Gambino, anche a Salvatore Inzerillo di Giuseppe (n. 15).
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Tav. 53 Per ricostruire la vicenda giudiziaria riassunta in questa tavola mi sono basato principalmente su articoli di giornale. Il processo americano nei confronti di Michele Sindona per la bancarotta della Franklin Bank iniziò alla fine del gennaio 1980 (Don Michele in tribunale, in «L’Ora», 28 gennaio 1980, p. 2). All’inizio di marzo il rappresentante della pubblica accusa, John Kenney, ottenne di presentare alla giuria le prove che avrebbero dimostrato che il rapimento di cui Sindona affermava di essere stato vittima era in realtà una messinscena (Quello di Sindona fu falso rapimento, in «L’Ora»,5 marzo 1980, p. 4) e il giudice Thomas Griesa decise che le prove sarebbero state esa- minate davanti alla giuria (Perché fu ucciso Ambrosoli, in «L’Ora», 6 marzo 1980, p. 2). Kenney produsse diversi documenti fra cui il biglietto aereo usato da Sindona sotto il falso nome di Joseph Bonamico e un modulo doganale dell’aeroporto americano recante due impronte digitali di Sindona e che lo stesso Sindona aveva firmato sempre a nome Bonamico, al momento del suo ritorno negli Stati Uniti. La firma venne esaminata da un perito grafologo che dichiarò che la calligrafia di Bonamico e quella di Sindona coincidevano. A quel punto, sorprendentemente, l’avvocato di Sindona confermò che la firma del modulo era di Sindona e stessa cosa fece il figlio di Sindona, ammettendo che il padre era andato in Europa ma, secondo lui, solo per trovare prove della sua in- nocenza (Difensore e figlio di Sindona ammettono: andò in Europa, in «L’Ora», 7 marzo 1980, p. 5). La versione della difesa però non venne creduta dal giudice Griesa (Sindona nei guai, non gli crede il giudice Usa, in «L’Ora», 11 marzo 1980, p. 2). A seguito dei risultati di una perizia, l’ipotesi che Sindona avesse subito un’anestesia locale prima di essere ferito alla gamba era stata avanzata persino prima dell’inizio del dibattimento (G. Lo Monaco, Una perizia Usa confermerebbe che Sindona non è stato rapito, in «L’Ora», 4 gennaio 1980, p. 7). Il processo si concluse riconoscendo Michele Sindona colpevole di sessantacinque capi di accusa sui complessivi novantanove che gli erano stati imputati (65 volte col- pevole: rischia almeno 10 anni, in «L’Ora», 28 marzo 1980, p. 2), una condanna a 25 anni di carcere e una multa di 207 000 dollari (si veda il processo: United States v. Sin- dona 473 F. Supp. 764, 766, 25 luglio 1979, e anche l’articolo: Ha accolto la sentenza senza battere ciglio, in «L’Ora», 14 giugno 1980, p. 2).
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Tav. 54 In questa tavola e nella seguente viene riportato l’inizio della proposta di legge 1581 che nel 1982 diventerà la legge 416 bis c.p. (Camera dei deputati, VIII legislatura, La Torre et al., Proposta di legge n. 1581, 31 marzo 1980). L’idea di far leggere ad alta voce la proposta a Pio La Torre è solo un espediente narrativo, in realtà la procedura non prevedeva la lettura in aula di una proposta di legge che invece veniva solo annunciata e l’«annunzio» della proposta in questione avvenne il primo di aprile cosí come riportato dal resoconto stenografico della seduta della Camera dei deputati del 1° aprile 1980. Darò conto dell’iter della legge piú avanti.
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Tavv. 55-59 L’incontro fra Bontate, Inzerillo, Salvo Lima, i cugini Salvo e Giulio Andreotti è stato raccontato da Francesco Marino Mannoia nel processo di Palermo in cui Andreotti fu imputato per il reato di cui all’articolo 416 c.p. e 416 bis c.p. (Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti cit.) ed è stato ritenuto attendibile sia dalla Corte d’Appello, sia dalla Cassazione che ha rigettato i ricorsi della procura generale e dell’imputato, confermando in piú punti la sentenza di appello. Come è noto Andreotti venne assolto in primo grado, ma l’assoluzione del tribunale venne in parte riformata dalla Corte d’Appello di Palermo con la sentenza del 2 maggio 2003 dove si dichiara: «Non doversi procedere nei confronti dello stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere [...] commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione; conferma, nel resto, la appellata sentenza». Andreotti, dunque, è stato riconosciuto responsabile del reato di associazione a delinquere (art. 416 c. p.) ma non di associazione a delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis c. p.) perché quest’ultimo è stato introdotto nel codice penale solo nel 1982 (come vedremo piú avanti). Per i reati imputati ad Andreotti dopo la primavera del 1980 la Corte d’Appello confermò l’assoluzione. Questa sentenza venne poi definitivamente confermata dalla Corte di Cassazione il 15 ottobre 2004. Naturalmente i dialoghi da me riportati in queste tavole, benché basati su dichiarazioni di piú collaboratori (primo fra tutti Marino Mannoia), sono stati leggermente rielaborati. Le fonti su cui mi sono basato, infatti, riportano sí dei discorsi diretti, ma comunque de relato e quindi ho ritenuto che delle piccole modifiche al discorso che non ne stravolgessero comunque la sostanza fossero tollerabili. In particolare lo scambio di battute finali fra Andreotti e Bontate nelle ultime due vignette di questa scena è una mia aggiunta. L’incontro si svolse in una villa ad Altarello di Baida, in via Micciulla 3/i, che Falcone nell’istruttoria Spatola identificò senza ombra di dubbio come il rifugio dell’allora latitante Salvatore «Totuccio» Inzerillo.
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avv. 60-61 Il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, comandante della Compagnia Carabinieri di Monreale, venne ucciso il 4 maggio 1980 all’una del mattino, men- tre tornava a casa dal municipio dove si era tenuto un ricevimento in occasione della festa del Ss. Crocifisso, patrono di Monreale (sulla festa del Ss. Crocifisso di Monreale si può consultare: www.crocifissomonreale.it e www.confraternitacrocifisso.net). Basile era in compagnia della moglie, Silvana Musanti, e teneva in braccio la figlia Barbara, di appena 4 anni. All’altezza della caserma dei Carabinieri venne raggiunto alle spalle da due uomini che lo colpirono alla schiena con tre o quattro colpi. La figlia di Basile rimase miracolosamente illesa cosí come la moglie, la cui borsa venne però perforata da un proiettile. Sulla dinamica del delitto si possono consultare due rapporti: Nucleo operativo della legione Carabinieri di Palermo, maggiore S. Rizzo, Rapporto giudiziario preliminare di denuncia, 5 maggio 1980, e: Nucleo operativo della legione Carabinieri di Palermo, maggiore S. Rizzo, Procedimento penale a carico di Bonanno Armando piú tre, imputati di omicidio, in pregiudizio del capitano CC. Emanuele Basile, ed altro, 29 maggio 1980 (entrambi in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.). Altre fonti sono: Lodato, Venticinque anni di mafia cit., p. 40; M. Pino, «Silvana, Silvana, ti prego, aiutami», in «Giornale di Sicilia», 5 maggio 1980, p. 1; D. Billitteri, Già tre fermati. Sono nomi di rango. Tra loro i killer del capitano Basile?, in «Giornale di Sicilia», 5 maggio 1980, p. 1. La stessa notte del delitto vennero fermati Armando Bonanno, Vincenzo Puccio e Giuseppe Madonia, ovvero i tre responsabili dell’agguato (per l’esito del processo Basile si veda oltre, tavv. 150-51). Il sicario fu presumibilmente Vincenzo Puccio «astro nascente della cosca di Ciaculli», come riportato in: Stille, Nella terra degli infedeli cit., p. 73. Secondo quanto si legge sui quotidiani dell’epoca i funerali di Emanuele Basile si svolsero una prima volta a Palermo e vennero officiati dall’arcivescovo di Monreale mons. Cassisa poiché il cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo, era assente dalla città. Fra coloro che presenziarono a questa cerimonia ci furono sicuramente Gaetano Costa e Rocco Chinnici (si veda: S. Raimondi, Addio e tanta solitudine, in «Giornale di Sicilia», 6 maggio 1980, p. 4). Nessuna fonte riporta la presenza di Paolo e Agnese Borsellino al funerale, ma considerata l’amicizia che li legava a Emanuele Basile e Silvana Musanti mi sembrava opportuno mostrarli fra i presenti. Agnese Borsellino, infatti, ricorda: «Paolo è in casa quando un collega gli telefona per dirgli cos’è successo. Con Basile avevamo rapporti familiari, come con altre persone uccise dalla mafia, ma per lui è una mazzata, un colpo inaspettato. “Ci siamo stimati reciprocamente, abbiamo lavorato bene insieme” ripete angosciato. Comincia a piangere a dirotto». E inoltre: «La morte di Basile è stata la molla che ha fatto scattare questo senso di sacrificio, di abnegazione. Questa nel suo lavoro è sempre stata una costante» (Lucentini, Paolo Borsellino cit., p. 58). Rita Borsellino ricorda che suo fratello, a proposito della morte di Basile, diceva: «Mi hanno ammazzato un fratello» (Stille, Nella terra degli infedeli cit., p. 72). Lo stesso Paolo Borsellino rievoca la morte di Emanuele Basile nella sua ultima lettera, scritta il giorno della sua morte e indirizzata a una professoressa di liceo (Stille, Nella terra degli infedeli cit., p. 424).I funerali vennero celebrati una seconda volta a Taranto, città natale sia di Basile, sia della Musanti (I funerali a Taranto, in «L’Ora», 6 maggio 1980, p. 4). Per quanto riguarda le fonti iconografiche di questa scena, oltre alle immagini della processione disponibile su internet e alle foto dei funerali a corredo degli articoli cita- ti, mi sono basato sulla miniserie televisiva: G. M. Tavarelli, Paolo Borsellino, 2004.
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Tavv. 62-63 Il rapporto congiunto della Squadra mobile di Palermo, del Reparto operativo dei Carabinieri e del Nucleo regionale P.T. della Guardia di finanza a carico di 55 persone per «associazione per delinquere di tipo mafioso» (Procura della Repubblica di Palermo, sostituto procuratore G. Sciacchitano, 7 dicembre 1981, Requisito- ria Spatola Rosario + 119 cit., pp. 35-43) venne presentato alla procura di Palermo il 6 maggio 1980 (si veda anche: A. Bolzoni, 54 nel «rapportone», in «L’Ora», 6 maggio 1980, p. 3, e, dello stesso autore, Imprenditori della mafia, in «L’Ora», 7 maggio 1980, p. 3; A. Spampinato, Individuate due cosche, in «L’Ora», 7 maggio 1980, p. 2). La mancanza nel rapporto di riferimenti a Sindona è stata fonte di allusioni e congetture e discussa anche nell’ambito del processo Contrada. Anche il questore Immordino è stato intervistato sul punto: No, quel nome non c’era, in «L’Ora», 19 giugno 1981, p. 3. I diversi filoni di indagine presentati nel rapporto li ho tratti sempre dalla requisi- toria del processo Spatola: Procura della Repubblica di Palermo, sostituto procuratore G. Sciacchitano, 7 dicembre 1981, Requisitoria Spatola Rosario + 119 cit., pp. 35- 43, dove si riporta anche che delle 55 persone: «28 venivano denunciate in stato di arresto; 7 erano detenute per altro; 11 erano residenti in Usa; 9 irreperibili». Gli arresti erano scattati la notte precedente (A. Bolzoni e G. Lo Monaco, La gran- de retata, in «L’Ora», 5 maggio 1980, p. 2; Chi sono i 33 già in carcere, in «L’Ora», 6 maggio 1980, p. 3). Joseph Miceli Crimi venne fermato a Roma (Preso a Roma con la valigia pronta, in «L’Ora», 6 maggio 1980, p. 3), mentre Vittorio Mangano venne arrestato ad Arcore come riportato nella sentenza di primo grado del processo Dell’Utri, Tribunale di Palermo, II sezione penale, 11 dicembre 2004, Dell’Utri-Cinà cit., capitolo 4, dove si legge: Nel periodo successivo, Mangano veniva raggiunto da una serie di provvedimenti giudiziari e misure restrittive fino a che, nel mese di maggio 1980, veniva tratto in arresto ad Arcore, su segnalazione della questura di Palermo, nell’ambito di una vasta operazione che vedeva coinvolti numerosi importanti personaggi inseriti in «Cosa Nostra» palermitana; da questa indagine scaturiva il processo a carico di Spatola Rosario + altri, uno dei primi importanti processi contro la criminalità organizzata di tipo mafioso istruito dal dr. Giovanni Falcone, giudice istruttore del tribunale di Palermo, avente ad oggetto un vastissimo traffico internazionale di eroina e morfina base, trasformata nei laboratori clandestini che il gruppo mafioso, capeggiato da Salvatore Inzerillo, controllava nel palermitano, droga che veniva poi smerciata anche all’estero grazie ad una fitta rete di trafficanti. È forse il caso di ricordare, per ribadire la presenza di Mangano ad Arcore nei primi mesi del 1980 che, proprio da Arcore, l’11 aprile, Mangano aveva telefonato a Rosario Inzerillo sempre per discutere di «cavalli» (Mangano: «Dimmi, per quei due cavalli di Milano, cosa faccio?») come si può leggere in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119 cit., pp. 386-88. Non posso essere certo che Silvio Berlusconi e il suo secondoge- nito Piersilvio fossero a casa, il 6 maggio 1980.
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Tavv. 64-65 I sostituti procuratori che si occuparono di interrogare le persone arrestate furono Luigi Croce e Giusto Sciacchitano, come riportato fin da subito in: G. Lo Monaco, L’intreccio c’è, è chiaro, in «L’Ora», 7 maggio 1980, p. 2, dove si leg- ge: «Polizia e Carabinieri hanno consegnato stamane il rapporto a carico dei 29 arrestati al giudice Giusto Sciacchitano che negli interrogatori si farà collaborare [sic] dal giudice Luigi Croce». Una versione leggermente diversa si può trovare in: Galluzzo, Nicastro e Vasile, Obiettivo Falcone cit., p. 140, dove si legge: «Il dossier che contiene una rielaborazione di altri rapporti già archiviati dalla procura durante la gestione di Pizzillo, viene affidato ai sostituti Luigi Croce, di turno quel giorno, e Giusto Sciacchi- tano, di ritorno da un lungo periodo di malattia e perciò con minor carico di lavoro». Il 9 maggio 1980 Costa convocò una riunione con molti dei sostituti procuratori e con l’aggiunto Gaetano Martorana e nel corso della discussione sembra che si crearono dei forti contrasti. Questo episodio, nel corso degli anni, ebbe una forte eco alimentata dai quotidiani e alcuni hanno avuto la tentazione di elevarla a movente principale dell’omicidio Costa. La situazione, però, è delicata e ben piú articolata, come si vedrà di seguito. Una prima notizia delle decisioni prese in quella riunione si trovano in: A. Spampinato, Sei stavano per uscire, in «L’Ora», 10 maggio 1980, p. 10. A rilanciare il caso sulla stampa nazionale, a pochi mesi di distanza dalla morte di Costa, fu Leonardo Sciascia, nella sua veste di deputato radicale, con un’interpellanza parlamentare rimasta senza risposta (Camera dei Deputati, VIII Legislatura, L. Sciascia et al., Interrogazione parlamentare sul procuratore capo della Repubblica di Palermo, 9 settembre 1980). Due anni dopo anche Carlo Alberto Dalla Chiesa in un’intervista con Giorgio Bocca del 10 agosto 1982 fa esplicito riferimento all’esito della riunione: «Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo». Nel 1983 la notizia del contrasto in procura aveva ormai assunto connotati ben precisi visto che il quotidiano «L’Ora» titolava in un articolo a firma di N. Lombardozzi: E quel giorno firmò forse anche la sua condanna a morte, in «L’Ora», 7 giugno 1983, p. 2. La divergenza di opinioni che si venne a creare durante la riunione, però, è bene sottolinearlo, verteva legittimamente su questioni tecniche e durante il processo Costa non è stato ravvisato come uno dei moventi dell’omicidio. Una versione piuttosto dettagliata dello svolgimento della riunione viene ricostruita in: Galluzzo, Nicastro e Vasile, Obiettivo Falcone cit., p. 141, che è particolarmente interessante perché Franco Nicastro era uno dei giornalisti presenti quel giorno in procura e coinvolti nella vicenda. Nel libro si afferma che: «All’uscita Sciacchitano, incontrando nel suo ufficio i difensori di alcuni imputati, li informa che alla fine i fermi sono stati convalidati da Costa». Il processo in Corte d’Assise, a Catania, per l’omicidio di Gaetano Costa invece sentenzia: «non risulta che da parte dei magistrati inquirenti siano state fatte delle anticipazioni ai difensori [...] e dall’altro, se possibile, ma non può dirsi che vi sia una sicura prova [...] che da parte di qualcuno dei magistrati (il Croce) sia stata detta ai giornalisti qualche mezza frase o fatto qualche gesto che potevano consentire una riferibilità al Costa del provvedimento» (Aa. Vv., Gaetano Costa 25 anni dopo cit., p. 216). Sempre durante il processo di Catania, l’avvocato Cristoforo Fileccia (che era presente al Palazzo di Giustizia il giorno della riunione) durante la sua arringa del 5 aprile 1991, sostenne: «Io entrai nella stanza del dott. Sciacchitano e lo informai della stampa che si accingeva a dare notizia di questo e il dott. Sciacchitano [...] uscí come un fulmine dalla sua stanza e prese per il bavero il Nicastro dicendogli: “che cosa intende pubblicare lei?”» Sul caso il Consiglio superiore della magistratura aprí un’istruttoria a seguito di una nota inviata il 22 settembre 1980 da alcuni magistrati della procura di Palermo che venne però archiviata (e di cui si ha notizia anche in due articoli di G. Lo Monaco: «Giudici, che successe quel giorno?», in «L’Ora», 18 marzo 1981, p. 6; Chi rivelò il contrasto?, in «L’Ora», 19 marzo 1981, p. 8). Fra le persone ascoltate dal Csm ci fu anche Rocco Chinnici che spiegò come Costa avesse la ferma intenzione di dare un volto nuovo alla procura, inaugurando una gestione dell’ufficio piú democratica e quello era il motivo per cui avrebbe convocato la riunione invece di convalidare i fermi da solo (Consiglio superiore della magistratura, Prima commissione referente, 25 febbraio 1982, Audizione di Rocco Chinnici). Su quella che poteva essere la posizione di Sciacchitano all’epoca della riunione, a pagina 11 della audizione presso il Csm, Chinnici affermò: «Io devo dire che Sciacchitano inizialmente fu un collega che non credeva negli sviluppi che le indagini istruttorie potevano poi avere», salvo poi avere parole di apprezzamento per l’impegno con il quale Sciacchitano aveva portato avanti il lavoro da quel momento in poi. Nella stessa occasione Chinnici, sempre in riferimento ai 55 arrestati, parla anche delle scarcerazioni (sei o sette a suo dire) per mancanza di indizi e, per questi casi, sostiene: «Per quello che mi diceva Falcone [...] le condizioni per convalidare l’arresto c’erano, solo che vennero meno nel corso dell’istruzione». Il problema della convalida degli arresti viene ricordato anche dallo stesso Sciacchitano nella requisitoria del processo Spatola, Procura della Repubblica di Palermo, sostituto procuratore G. Sciacchitano, 7 dicembre 1981, Requisitoria Spatola Rosario + 119 cit., pp. 45-46, dove si legge: Va infatti sottolineato, ove ve ne fosse bisogno, che il problema immediato ed urgente che si poneva all’Ufficio in quel momento era quello di deliberare se conva- lidare o meno, in tutto o in parte, gli arresti già operati dalla p.g. [...] Il procuratore della Repubblica, tuttavia, sentí di non potere deludere quanti chiedevano giustizia, e non volle dare l’impressione che, nella lotta alla mafia, polizia e magistratura non procedessero all’unisono e che il profano, sotto l’influsso della campagna di stampa cui all’inizio si è accennato, vedesse confermato il solito cliché che contrappone ad una polizia che arresta una magistratura succube di un vieto garantismo. Egli dunque firmò quelle convalide e prese su di sé la responsabilità dell’opera- to delle forze di polizia: e ciò verosimilmente anche per non incrinare sin dall’ini- zio l’impostazione accusatoria complessiva prospettata dai verbalizzanti nel rapporto di denunzia. Luigi Croce, invece, a distanza di anni è stato di tutt’altro avviso e nella sua depo- sizione al processo Costa, a Catania, in data 25 marzo 1991, sostenne che lui e Sciacchitano, dopo gli interrogatori, erano giunti indipendentemente alla medesima conclu- sione e cioè che si potevano convalidare al massimo otto o dieci arresti e che, esposta la situazione a Costa, egli in linea di principio ne convenne, salvo prospettare la necessità di convalidare gli arresti per questioni di politica giudiziaria. Alla fine intervenni pure io per la verità e dissi al dr. Costa [...] che io non me la sentivo per ragioni di politica giudiziaria di convalidare i 25 arresti anche perché non mi era andato giú molto bene quel comportamento della polizia che ci aveva messo con le spalle al muro, come diceva il dr. Costa. [...] E fu a questo punto che il dr. Costa ebbe a dire va bene problemi non ce n’è perché gli arresti li convalido io e disse a Sciacchitano di preparare i provvedimenti e di andare a farli. La conclusione della riunione con l’invito rivolto a Costa a convalidare i fermi l’ho tratta dall’arringa di parte civile dell’avvocato Giuseppe Zupo, del 2 aprile 1991, nell’ambito del processo per l’omicidio di Gaetano Costa: «Croce o Sciacchitano, uno dei due certamente, lo dice Martorana al Consiglio superiore della magistratura, con tono ghiattante gli lancia la sfida: “A questo punto li convalidi lei”» (Aa. Vv., Gaeta- no Costa 25 anni dopo cit., p. 56).
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Tav. 66 Sulle «riunioni» di Costa e Chinnici in ascensore si veda: Galluzzo, Nicastro e Vasile, Obiettivo Falcone cit., p. 127; Lodato, Venticinque anni di mafia cit., p. 39; Caruso, Da cosa nasce cosa cit., p. 321. Si veda anche quanto dichiarato da Chinnici durante l’audizione davanti alla prima commissione referente del Csm: Consiglio superiore della magistratura, Prima commissione referente, 25 febbraio 1982, Audizione di Rocco Chinnici cit., p. 15 e p. 16, dove parlando di Costa, ricorda: «mi dice-va, parlando di Palermo: “in questa città non c’è da fidarsi di nessuno”» e anche: «Mi disse: “questa è una città nella quale non si può vivere”».
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Tav. 67 L’amicizia fra Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta risaliva ai tempi del tirocinio al tribunale di Palermo, intorno al 1965 o addirittura ai tempi dell’università, come testimoniato dallo stesso Guarnotta in: Lucentini, Paolo Borsellino cit., p. 86. Nello stesso libro, a pagina 60, il figlio di Borsellino, Manfredi, descrive l’impatto che la scorta del padre ebbe nella sua vita familiare. Il clima all’epoca nel Palazzo di Giustizia di Palermo era particolarmente difficile come testimoniato da piú fonti (si veda ad esempio: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., pp. 56-57) tanto che nel volgere di pochi anni, specialmente con l’esplodere del caso del «Corvo», verrà soprannominato «palazzo dei veleni». Rocco Chinnici, nella citata audizione davanti al Csm, fece riferimento alle «voci» che potevano correre al Palazzo di Giustizia, ma alle quali sembrava non dare troppo peso. Lo stesso Falcone dichiarò in un’intervista: «Del clima che sarebbe maturato dentro questo Palazzo di Giustizia le dissi: all’inizio mi ignoreranno; poi mi tratteranno come un animale raro, quindi sarà la volta delle frecciatine velenose: infine si sta- biliranno molti rapporti formali, senza slanci, privi di simpatia» (Galluzzo, La Licata e Lodato, Rapporto sulla mafia degli anni Ottanta cit., p. 32).
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Tav. 68 La riunione fra Falcone e Borsellino rappresentata in questa tavola è una mia invenzione mentre le posizioni processuali dei vari imputati le ho tratte da: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119 cit., p. 50. Nella requisitoria: Procura della Repubblica di Palermo, sostituto procuratore G. Sciacchitano, 7 dicembre 1981, Requisitoria Spatola Rosario + 119 cit., p. 49, vi è scritto: «Si iniziava cosí una indagine finanzia-ia a vastissimo raggio».
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Tavv. 69-71 L’incontro fra Salvo Lima e Tommaso Buscetta svoltosi a Roma, all’Hotel Flora, alla presenza di Nino Salvo, viene ricostruito in: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti cit., dove lo stesso Buscetta spiega, dal suo punto di vista, anche il motivo dell’incontro. Nello stesso paragrafo si riporta anche che alla fine dell’incontro Nino Salvo: «Rappresentò al Buscetta che i “Corleonesi” creavano ogni tipo di difficoltà all’on. Lima attraverso Vito Ciancimino, il quale era appoggiato da costoro in modo incondizionato». Sempre nel processo viene specificato che: «Antonino Salvo soggiornò a Roma presso il Grand Hotel Excelsior, sito in via Veneto, dal 23 al 24 gennaio 1980, dal 31 gennaio al 1° febbraio 1980, dal 5 al 6 giugno 1980, dal 3 al 6 novembre 1980, dal 2 al 4 dicembre 1980» e nello stesso processo è stata acquisita una dichiarazione di Antonino Salvo in cui ammise di essere stato a Roma «in un albergo di via Veneto».Ho scelto di ambientare l’incontro all’Hotel Flora a cavallo fra maggio e giugno (e dunque in coincidenza con il soggiorno di Nino Salvo al Grand Hotel Excelsior il 5-6 giugno 1980) perché mi sembrava la soluzione piú logica, considerando che Buscetta venne considerato ufficialmente latitante l’8 giugno 1980 (in concomitanza con le elezioni amministrative in Sicilia) come si può leggere in: G. M. Costa, Un summit in Medio Oriente al centro delle indagini, in «L’Ora», 1 settembre 1980, p. 6, e anche in: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 5 aprile 1996, Contrada, capitolo III, paragrafo 4, ma che come da lui stesso ricordato si sottrasse al regime di semilibertà il 3 o il 4 giugno 1980 (Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 luglio 1984, ore 16.00, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tommaso, p. 52). Dunque Roma mi è sembrata una tappa plausibile fra Torino e Palermo, sia dal punto di vista temporale, sia per quanto riguarda la distanza. La decisione di Buscetta di darsi alla latitanza risulta tanto piú significativa – e quindi causata da un’urgenza di cui resta difficile capire il motivo – se si pensa che il residuo di pena che gli rimaneva da scontare era piuttosto breve. Questo episodio viene citato anche in: G. Ayala e F. Cavallaro, La guerra dei giusti. I giudici, la mafia, la politica, Mondadori, Milano 1993, pp. 50-51. Il giro di Bontate e Contorno per ritirare il «pizzo» è inventato, cosí come l’incontro fra Contorno e Buscetta al porto di Palermo.
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Tavv. 72-73 La data precisa dell’arrivo a Palermo di Ninni Cassarà l’ho ripresa da: Aa. Vv., La memoria ritrovata. Storia delle vittime della mafia raccontata dalle scuole, Palumbo, Palermo 2005, p. 183. Sulle motivazioni del trasferimento di Cassarà da Trapani si veda: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., p. 82; L. Rossi, I disarmati. Falcone, Cassarà e gli altri, Mondadori, Milano 1992, p. 93, e anche l’intervista rilasciata dallo stesso Cassarà a «Il Pungolo», periodico degli studenti di Trapani, e ripresa da «L’Ora», 5 dicembre 1985, p. iii. Si veda inoltre: B. Stancanelli, Lui e Laura, poi la morte, in «L’Ora», 7 agosto 1985, p. 5. La ricostruzione delle indagini di Falcone è ripresa da: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spa- tola + 119 cit., pp. 507-57. Un affettuoso ricordo di Ninni Cassarà si può leggere in: A. Calabrò, Cuore di cactus, Sellerio, Palermo 2010, pp. 78-82.
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Tav. 74 Per ricostruire gli avvenimenti di questa tavola mi sono basato principalmente su: Tribunale di Milano, Sindona cit.; G. Colombo, Il vizio della memoria, Feltri- nelli, Milano 1996, pp. 71-74; A. Spampinato, Il giudice al nord per interrogare il genero di Sindona, in «L’Ora», 23 giugno 1980, p. 7; G. Barbacetto, La P2 ieri. La sua vittoria oggi, consultabile su: http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/massoni/p2.html. L’interrogatorio dell’Fbi a cui faccio riferimento in questa tavola è riportato in: I filibustieri di Palermo, in «L’Ora», 2 febbraio 1982, p. 3, e anche in un articolo che tratta di uno dei filoni del cosiddetto «maxi-bis»: P. Melati, Settanta giorni di misteri, in «L’Ora», 13 agosto 1986, p. 3. Le indagini richieste da Costa all’allora colonnello della Guardia di finanza Marino Pascucci sono state ricordate anche da Chinnici nella deposizione davanti al Csm, alle pagine 33-34, e sono state delicato oggetto di dibattito al processo Costa. Allo stesso processo, in data 22 febbraio 1991 ha testimoniato proprio Pascucci e la seduta si può ascoltare su Radio Radicale (http://www.radioradicale.it/scheda/40459). In tale occasione venne ricordato che: «Il 14 luglio ’80 il dr. Pietro Grasso, sostituto procuratore presso il tribunale civile e penale, conferisce l’incarico per volontà del procuratore capo dr. Costa al signor colonnello Marino Pascucci di svolgere approfonditi accertamenti sul conto delle seguenti imprese edili». La circostanza che Mattarella avesse richiesto degli accer- tamenti sulle stesse aziende venne citata nel medesimo processo Costa e mi è stata confermata personalmente anche da Leoluca Orlando, che dal 1978 al 1980 fu consigliere giuridico di Piersanti Mattarella.
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Tavv. 75-76 Per la ricostruzione delle ultime ore di vita di Gaetano Costa mi sono basato su: Aa. Vv., Gaetano Costa 25 anni dopo cit., pp. 185-88, che riprendono il primo paragrafo «Il fatto e le immediate risultanze investigative» della sentenza di primo grado per l’omicidio di Gaetano Costa (Corte d’Assise di Catania, I sezione, 8 aprile 1991, Inzerillo). Si vedano anche: A. Spampinato, «Eppure ho fiducia», in «L’Ora», 6 settembre 1980, p. 8, dove Valeria Costa dichiara che era intenzionata ad accompagnare il padre; B. Stancanelli, «Scorta speciale, ma il giorno dopo, per le vacanze», in «L’Ora», 8 agosto 1980, p. 2; A. Bolzoni, Un uomo solo, indifeso, in «L’Ora», 7 ago- sto 1980, p. 2; G. Lo Monaco, La sua lotta anfi-mafia, in «L’Ora», 7 agosto 1980, p. 3; G. Galante, A un passo dalla verità, in «L’Ora», 7 agosto 1980, p. 4; E. Raffaele, Una vita blindata, in «L’Ora», 8 agosto 1980, p. 2. La prima pagina visibile sulla scrivania di Costa è: Torna il terrore nero, in «la Repubblica», 5 agosto 1980, p. 1. Il brano del diario di Gaetano Costa l’ho tratto da: Galluzzo, Nicastro e Vasile, Obiettivo Falcone cit., pp. 128-29. Le immagini della morte di Gaetano Costa si basano sulle foto di Letizia Battaglia riprese dal film: M. Turco, In un altro paese, 2005. L’omicidio di Gaetano Costa rimane a tutt’oggi senza un colpevole essendo stato assolto l’unico imputato, Salvatore Inzerillo (omonimo del piú noto boss mafioso) sia in primo, sia in secondo grado (e a tal proposito si può anche leggere un articolo del magistrato Luca Tescaroli in ricordo di Gaetano Costa: L. Tescaroli, Il procuratore rivoluzionario, in «la Repubblica», 6 agosto 2004, p. 1).
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Tav. 77 Per quanto riguarda l’assegnazione di una scorta a Falcone mi sono basato su quanto dichiarato da lui stesso in: Galluzzo, La Licata e Lodato, Rapporto sulla mafia degli anni Ottanta cit., p. 30, e sull’articolo L’incontro con Falcone dal blog di Giovanni Paparcuri (web.tiscali.it/g.paparcuri), dove Paparcuri ricorda che Falcone gli presentò Francesca Morvillo nel Natale del 1981 (la scelta di anticipare l’incontro è mia).
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Tavv. 78-79 La vicenda del «regalo» di Pippo Calò ad Antonio Buscetta viene rac- contata per la prima volta dallo stesso Buscetta nel lungo interrogatorio reso a Giovanni Falcone (Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione processi penali, Giudice istruttore G. Falcone, 14 agosto 1984, ore 9.30, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tommaso cit., pp. 230-31) e viene ripreso in: E. Biagi, Il boss è solo. Buscetta: la vera storia di un vero padrino, Mondadori, Milano 1986, pp. 99-100. I motivi che avrebbero indotto Salvatore Inzerillo a uccidere Gaetano Costa, riportati da Pippo Calò a Tommaso Buscetta, vengono riferiti dallo stesso Buscetta in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 luglio 1984, ore 16.00, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tommaso cit., p. 49, dove poche pagine prima si può leggere anche: «Preciso meglio che Salvatore Inzerillo, come ebbe modo di precisarmi, non ce l’aveva affatto contro Costa per i provvedimenti emessi nei confronti della famiglia di esso Inzerillo, ma che intendeva avvalersi di tale occasione per dimostrare di essere tanto forte anch’egli per potersi comportare allo stesso modo dei Corleonesi» (Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 lu- glio 1984, ore 16.00, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tomma- so cit., pp. 47-48). Il movente cosí esposto appare davvero risibile e, come abbiamo detto sopra, non ha superato il vaglio del processo. Appare piú credibile che Costa sia stato ucciso per un insieme di moventi legati alla sua attività professionale (si ve- da ad esempio: S. Palazzolo, Costa, 20 anni dopo «Indagini sbagliate», in «la Repub- blica», 4 agosto 2000, p. 7). Nell’incontro con Tommaso Buscetta, Pippo Calò definí Salvatore Inzerillo: «Un bamboccio e aveva fatto uccidere senza alcun ordine della commissione Gaetano Costa» (Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 luglio 1984, ore 16.00, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tommaso cit., p. 53). L’incontro fra Tommaso Buscetta, suo figlio Antonio e Pippo Calò e quello in cui i due discussero dell’omicidio Costa sono avvenuti in tempi e in luoghi diversi (Paler- mo e Roma), io ho solo unito i due episodi.
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Tavv. 80-82 L’intervista di Maurizio Costanzo a Licio Gelli è stata pubblicata con grande risalto – quasi a pagina intera – verso la fine del 1980 e, considerato il comprovato rapporto di fratellanza massonica che univa i due, risulta difficile credere che si trattasse di una intervista normale (si veda: M. Costanzo, Parla, per la prima volta, «il signor P2». Il fascino discreto del potere nascosto, in «Corriere della Sera», 5 ottobre 1980, p. 3). La scheda con il nome di Maurizio Costanzo riprodotta in questa tavola è artefat- ta e si basa su quella di Silvio Berlusconi (http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ricevuta_ di_pagamento_per_l%27iscrizione_del_dott._Silvio_Berlusconi_alla_log- gia_massonica_P2.gif) anche in considerazione del fatto che la data di affiliazione alla loggia di Costanzo con tessera numero 1819 è la stessa di Silvio Berlusconi e cioè il 26 gennaio 1978. Sull’affiliazione di Maurizio Costanzo alla loggia P2 si può consultare quanto riportato in: R. Bocca, Maurizio Costanzo Shock. Affari, potere, alcova: i retroscena del te- legiornalista piú famoso d’Italia, Kaos Edizioni, Milano 1996, pp. 64-81. Gli «ulteriori riferimenti» a cui mi rifaccio in questa tavola, fra i quali l’interrogatorio di Miceli Crimi in data 2 dicembre 1980, le rubriche telefoniche con l’utenza di Gelli e i biglietti ferroviari per la tratta Palermo-Arezzo via Roma sono tratti da: Tri- bunale di Milano, Sindona cit., dove si può leggere anche una dettagliata descrizione delle famose perquisizioni disposte il 17 marzo 1981 a Villa Wanda ad Arezzo, resi- denza di Gelli, e a Castiglion Fibocchi, dove Gelli lavorava. Su questo punto si veda anche: Colombo, Il vizio della memoria cit., pp. 46-53. L’invito ricevuto da Gelli per l’investitura alla Casa Bianca del presidente Ronald Reagan e del vicepresidente G. H. W. Bush, è tratto da: Guarino e Raugei, Gli anni del disonore cit., p. 355.
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Tav. 83 Questa tavola si basa principalmente su due articoli: Vuol parlare di mafia? D’accordo, rispose Sindona, in «L’Ora», 20 dicembre 1980, p. 9, e Mafia & droga. Dall’America un dossier che fa tremare, in «L’Ora», 23 dicembre 1980, p. 7.
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Tav. 84 Anche questa scena è frutto della sintesi di piú momenti e piú incontri fra Buscetta e Calò. La base portante è quanto scritto in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 14 agosto 1984, ore 9.30, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tommaso cit., pp. 231-32, dove, in riferimento all’arresto di suo figlio Antonio, Tommaso Buscetta racconta: Fissai un appuntamento col Calò nel complesso immobiliare di Baida che stava realizzando l’ing. Lo Presti e protestai al Calò stesso (eravamo noi due soltanto) la sua grave leggerezza. Egli si giustificò in maniera del tutto evasiva [...] io replicai protestando la mia indignazione per quanto era accaduto e facendo presente al Calò che, ove ve ne fosse stato bisogno l’episodio in questione mi aveva definitivamente convinto che era molto meglio per me abbandonare l’Italia e andarmene in Brasile. Come si può leggere anche in: Aspetta la libertà, ma un nuovo ordine di cattura arriva prima, in «L’Ora», 19 gennaio 1981, p. 7, Antonio Buscetta era stato arrestato il giorno seguente in cui aveva ricevuto i soldi in regalo da Calò e quindi è improbabile che i due – Tommaso Buscetta e Pippo Calò – abbiano discusso di questa faccenda molti mesi dopo l’accaduto. L’idea di ambientare questa scena in prossimità della partenza di Buscetta, e quindi nell’inverno del 1980, l’ho avuta proprio perché lo stesso Buscetta nell’interrogatorio istruttorio parla della sua decisione di lasciare l’Italia. Il riferimento alla «fortuna» da fare con la ristrutturazione dei quattro mandamenti, invece, si può trovare in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 luglio 1984, ore 16.00, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tommaso cit., p. 52: «[Calò] insistette moltissimo perché io rimanessi facendomi presente che c’era di guadagnare moltissimo a Palermo essendo in corso l’operazione di risanamento dei quattro quartieri o meglio mandamenti, operazione, questa, gestita da Vito Ciancimino, corleonese, che era, secondo le testuali parole di Calò “nelle mani di Totò Riina”», e venne ribadita da Buscetta anche ad anni di di- stanza, davanti alla Commissione antimafia, sotto la presidenza di Luciano Violante, il 17 novembre 1992, dove però stranamente sostiene di non sapere cosa significasse l’espressione «quattro quartieri». Rispetto a quanto riportato nell’interrogatorio, i toni della discussione in questa tavola sono un poco esacerbati.
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Tavv. 85-86 Buscetta nel verbale di interrogatorio reso a Falcone il 18 dicembre 1984 disse che, nonostante nel 1980 egli fosse latitante, era stato ospitato all’Hotel Zagarella da Nino e Ignazio Salvo che lo andavano a visitare sovente a bordo di una Mercedes di grossa cilindrata o di un Range Rover munito di tutti i comfort e ricorda anche che Nino Salvo prendeva in giro Bontate perché, a suo dire, non posse- deva una macchina che potesse rivaleggiare con quelle a sua disposizione. All’epoca dei fatti Nino Salvo possedeva l’unica Mercedes 500 di tutta la Sicilia e inoltre alla Satris spa, da lui controllata insieme al cugino Ignazio, erano intestate una Alfetta 2000 e un’Alfa 6, entrambe blindate, come si può leggere in: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti cit. Bontate invece aveva da poco acquistato una Alfa Romeo Giuletta 2000 rosso fuoco, a bordo della quale verrà ucci- so (vedi: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 13, p. 2516). Secondo quanto riportato in: Deaglio, Il raccolto rosso 1982-2010 cit., p. 33, i Salvo avevano ordinato per Bontate e direttamente all’Alfa Romeo di Arese una seconda Giulietta 2000 ma blindata. La cena fra Bontate, Inzerillo e Buscetta è anche essa il risultato di piú elementi. Secondo quanto ha sempre sostenuto Buscetta, il suo ritorno a Palermo e la sua per- manenza in città avevano il solo scopo di comporre gli evidenti contrasti che si erano creati in seno alla Commissione e che si riverberavano sull’intera organizzazione criminale. Per questo motivo provò a fare da paciere soprattutto fra il duo Bontate/ Inzerillo e Pippo Calò che si era avvicinato maggiormente alla fazione dei Corleonesi (Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falco- ne, 25 luglio 1984, ore 16.00, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tommaso cit., p. 56). La circostanza che Bontate sostenesse di voler uccidere Riina durante una riunione della commissione si trova nel medesimo interrogatorio, ma fa riferimento ad un altro episodio, cosí come il pranzo di addio per Buscetta, organizzato nella villa di Bontate, verso la fine del 1980. Su questi episodi si veda anche: Calvi, La vita quotidiana della mafia dal 1950 ai nostri giorni cit., pp. 156-58.
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Tav. 87 Secondo quanto raccontato da Totuccio Contorno durante un interroga- torio nell’aula bunker di Palermo, il 17 aprile 1986, i primi AK-47 furono introdotti a Palermo dal catanese Alfio Ferlito, fra il 1978 e il 1979 e pare che le prime cosche ad averli a disposizione per ironia della sorte furono proprio quelle capeggiate da Bonta- te e Inzerillo (1978: Ferlito aprí il supermercato dei kalashnikov, in «L’Ora», 18 aprile 1986, p. iii).
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Tavv. 88-89 La morte di Stefano Bontate è il casus belli della cosiddetta seconda guerra di mafia. Per questo omicidio, fra gli altri, sono stati ritenuti responsabili dalla Corte d’Assise di Palermo Salvatore Riina, Bernardo Provenzano (in qualità, ritengo, di capi della fazione corleonese e quindi come mandanti) e Giuseppe Lucchese e Pino Greco «Scarpuzzedda» (come esecutori materiali), come si può leggere in: Tribunale di Palermo, Corte d’Assise, I sezione, 16 dicembre 1987 (depositata il 30 settembre 1988), Abbate + 459, tomo 2, p. 258. Ed è assolutamente verosimile che gli esecutori materiali siano stati Giuseppe Lucchese alla guida di una moto e Pino Greco armato di kalashnikov, considerando anche che quest’ultimo nel corso degli anni avrebbe dimostrato di avere una abilità letale nell’uso del fucile mitragliatore sovietico. Ad ogni modo l’identità dei killer viene data per certa in: Caruso, Da cosa nasce cosa cit., pp. 342-43 dove l’omicidio Bontate viene descritto con dovizia di particolari. La notizia dell’assassinio di Bontate si può leggere in: Le fasi dell’agguato, in «L’Ora», 24 apri- le 1981, p. 2; R. Leone, Era uno della «grande famiglia», in «L’Ora», 24 aprile 1981, p. 3, e dello stesso autore C’è un arma contro la mafia, in «L’Ora», 25 aprile 1981, p. 10. Sulla dinamica del delitto si veda anche: Procura della Repubblica di Palermo, F. Scozzari, Processo verbale di descrizione e di identificazione di cadavere, 24 aprile 1981; Questura di Palermo, Squadra mobile, Rapporto giudiziario circa le indagini svolte in ordine al patito omicidio di Bontate Stefano, 29 giugno 1981; M. Stassi e A. Verde, Perizia medico-legale sull’omicidio di Bontate Stefano, 13 giugno 1981 (in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.). L’Alfa Romeo Giulietta 2000 di Bontate concluse la sua corsa contro un muro dal lato del guidatore e non a destra, come si vede nella tavola.
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Tav. 93 Per quanto riguarda la perizia balistica sugli AK-47 utilizzati nei delitti Bontate e Inzerillo (nonché Dalla Chiesa e altri), si veda: D. Salza, M. Stassi e N. Albano, Relazione di perizia balistica concernente i materiali di reperto degli omicidi di Inzerillo Salvatore, Bontade Stefano e la sparatoria contro la gioielleria Contino, 18 gennaio 1982; Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione, Relazione di perizia balistica d’ufficio riguardante il procedimento penale n. 145/82 sez. 6ˆ eseguita dai dottori Marco Morin ed Emanuele Marciano, nominati periti in data 27.10.1982, Venezia, 30 marzo 1983 (in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.), nonché gli articoli: Un fucile per due boss, in «L’Ora», 20 maggio 1981, p. 7, e anche il libro di G. Ayala, Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino, Mondadori, Milano 2008, pp. 47-48. La prima pagina del quotidiano che si vede in mano allo strillone riprende l’articolo: A. Calabrò, Ucciso il regista del sequestro Sindona, in «L’Ora», 12 maggio 1981, p. 1.
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Tavv. 94-95 Sull’attentato a Papa Giovanni Paolo II si vedano: Tribunale di Roma, giudice istruttore Rosario Priore, L’attentato al papa. Piazza San Pietro, 13 maggio 1981: l’inchiesta, Kaos Edizioni, Milano 2002, e F. Imposimato e S. Provvisionato, Attentato al Papa. Il mistero Ali Agca, la scomparsa di Emanuela Orlandi, la strage delle guardie svizzere. Il piú grande intrigo tra le mure vaticane, Chiarelettere, Milano 2011. Sulla loggia masso- nica P2: S. Flamigni (a cura di), Trame atlantiche. Storia della Loggia massonica segreta P2, Kaos Edizioni, Milano 1996; Guarino e Raugei, Gli anni del disonore cit., da cui ho trat- to anche la lista che si vede nell’ultima vignetta. Per la ricostruzione della divulgazione degli elenchi della P2 mi sono basato anche su: G. Rampoldi, Perquisita la P2, in «Paese Sera», 7 maggio 1981, p. 1, e dello stesso autore E ora indagherà anche la commissione Sindona, in «Paese Sera», 10 maggio 1981, p. 19, e anche: E Gelli sapeva piú dei magistrati sull’affare Eni-Arabia Saudita, in «Paese Sera», 16 maggio 1981; A.Vitali e E. Raffaele, L’indagine della Guardia di finanza, in «L’Ora», 12 maggio 1981, p. 12; S. Baraldi, Ecco i nomi. Governo nella bufera, in «Paese Sera», 21 maggio 1981, p. 1.
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Tav. 96 Per l’intervento di Pio La Torre alla trasmissione Tribuna Politica condot- ta da Jader Jacobelli si veda: D. Rizzo, Pio La Torre. Una vita per la politica attraverso i documenti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003. La notizia delle «ferie» del questore Giuseppe Nicolicchia si legge in: Il questore si è deciso, in «L’Ora», 30 giugno 1981, p. 7. Prima del questore Nicolicchia, la stessa decisione era stata presa dal dirigente della Squadra mobile, vice-questore Giuseppe Impallomeni (In ferie il capo della «Mobile» ma il questore rimane in servizio, in «L’Ora», 1 giugno 1981, p. 4).
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Tav. 97 Sulla scomparsa contemporanea di Girolamo Teresi, Giuseppe Di Franco, e dei fratelli Salvatore e Angelo Federico, si veda: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 13, pp. 2583-602 e gli articoli: Scomparsi quattro mafiosi, in «L’Ora», 1 giugno 1981, p. 7; A. Bolzoni, Chi non scappa muore, in «L’Ora», 21 settembre 1981, p. 3, e anche: S. Lodato, Venticinque anni di mafia cit., pp. 72-73. La data esatta dell’interrogatorio di Miceli Crimi e la sua ammissione di aver sparato a Sindona, di comune accordo con lui, si può trovare nella requisitoria: Procura della Repubblica di Palermo, sostituto procuratore G. Sciacchitano, 7 dicembre 1981, Requisitoria Spatola Rosario + 119 cit., pp. 225-27 (si veda anche: Tribunale di Paler- mo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119 cit., pp. 378-79 e p. 844); Nella villa Spatola a Torretta il ferimento del bancarottiere, in «L’Ora», 16 giugno 1981, p. 7; E. Raffaele, Crimi: operai Sindona per fingere il sequestro, in «L’Ora», 14 agosto 1981, p. 5.
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Tav. 98 La descrizione della riunione nell’ufficio di Chinnici è tratta dal diario dello stesso Chinnici consultabile online: http://www.ecorav.it/arci/documenti/sche- da2/scheda2.htm. La data del mandato di cattura emesso da Falcone nei confronti di Michele Sindona si può leggere in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119 cit., pp. 378-79 e p. 1007. Sul caso del «diario Chinnici» si veda: E. Raffaele, Le carte di Chinnici par- lano, in «L’Ora», 4 agosto 1983, p. 7; Galluzzo, Nicastro e Vasile, Obiettivo Falcone cit., pp. 157-163, e il servizio televisivo di Giuseppe «Joe» Marrazzo realizzato per Tg2 Dossier: Un diario dal palazzo, 1983.
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Tav. 99 Il testo integrale delle intercettazioni telefoniche fra Tommaso Buscetta e i coniugi Ignazio Lo Presti e Maria Corleo si possono leggere in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 32, pp. 6837-45.
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Tav. 100 Riguardo l’episodio riportato in questa tavola si veda: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti cit.
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Tavv. 101-105 Ho verificato la ricostruzione esatta del rocambolesco agguato a Salvatore Contorno anzitutto sull’interrogatorio istruttorio rilasciato a Roma dallo stesso Contorno a Giovanni Falcone in data 3 ottobre 1984 e anche su: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 13, p. 2603; Questura di Palermo, Gabinet- to di polizia scientifica, Fascicolo dei rilievi tecnici in occasione del ferimento, mediante colpi d’arma da fuoco, in persona di Foglietta Giuseppe di Francesco, 25 giugno 1981; Legione Carabinieri di Palermo, Nucleo operativo, Rapporto giudiziario preliminare delle indagini svolte in relazione al duplice tentato omicidio, di Foglietta Giuseppe di Francesco e Contorno Salvatore di Antonino, 14 luglio 1981; Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 3 ottobre 1984, ore 15.33, Processo verbale di interrogatorio dell’indiziato Contorno Salvatore, pp. 88-92 (in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.), e anche su: I killer hanno fallito, in «L’Ora», 26 giugno 1981, p. 6; Giuseppe sfiorato da una raffica e colpito da 2 schegge in fronte, in «L’Ora», 26 giugno 1981, p. 6; Deaglio, Il raccolto rosso 1982-2010 cit., pp. 57-58.
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Tav. 106 L’articolo citato in questa tavola è: A. Bolzoni e E. Raffaele, Ecco i «Corleonesi», gli invincibili, in «L’Ora», 3 luglio 1981, p. 5. Inoltre, nel succitato interrogatorio istruttorio di Salvatore Contorno, egli dichiarò: «Successivamente appresi che il Pino Greco non era stato ferito perché munito di giubbotto antiproiettile. Infatti mio cugino Nino Grado mi disse di averlo visto al mare in costume da bagno senza tracce apparenti di ferite».
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Tav. 107 Il dialogo fra Falcone e Chinnici si basa su quanto riportato sul diario dello stesso Chinnici al foglio del giorno 18 in un appunto però relativo al 14 luglio 1981: http://www.ecorav.it/arci/documenti/scheda2/scheda2.htm. Per quanto riguarda lo stato dell’inchiesta di Falcone nel luglio del 1981 si veda: E. Raffaele, In due armadi la nuova mafia, in «L’Ora», 31 luglio 1981, p. 9. Il pagamen- to del conto dell’Hotel San Domenico di Taormina da parte di Gaetano Graci viene citato da Falcone in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 25 gennaio 1982, Spatola + 119 cit., pp. 847-48. L’insofferen- za di Giovanni Pizzillo alla relazione fra Falcone e Francesca Morvillo è riportata in: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., pp. 70-72.
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Tav. 108 La cruenta fine del diciassettenne Giuseppe Inzerillo, figlio di Salvatore e Filippa Spatola, viene raccontata da Badalamenti a Tommaso Buscetta che la riferisce a Giovanni Falcone, il 27 luglio 1984, nel corso del suo interrogatorio istruttorio. Giuseppe Inzerillo sparí dalla circolazione assieme al suo amico Stefano Pecorella, e anche se sussistono dei dubbi sulla veridicità della ricostruzione di Buscetta – in particolare sul fatto che Pino Greco «Scarpuzzedda» abbia tagliato un braccio a Giuseppe Inzerillo prima di finirlo con un colpo di pistola – mi sono attenuto a questa versione perché ritengo che renda bene l’idea del clima di violenza di quegli anni. Si veda: Cal- vi, La vita quotidiana della mafia dal 1950 ai nostri giorni cit. pp. 178-80. La frase di Scarpuzzedda che esprime la volontà di sterminare gli Inzerillo e la fazione della cosiddetta «ala moderata» si può leggere in: A. Bolzoni, Parole d’onore. Le voci di Cosa Nostra. Il gergo dei suoi uomini. Fra riti e tragedie, mezzo secolo di mafia nella parlata dei mafiosi, Rizzoli, Milano 2008, p. 315, dove viene però attribuita a Totò Riina.
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Tav. 109 La tremenda fine di Antonio Rugnetta viene ricostruita in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 14, pp. 2788-809.
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Tavv. 110-112 In un verbale dei Carabinieri del luglio 1981 si può leggere come Carmela Lombardo, moglie di Contorno, non offrí alcun tipo di informazione utile alle indagini: Legione Carabinieri di Palermo, Nucleo operativo, 13 luglio 1981, Processo verbale di sommarie informazioni testimoniali rese da Lombardo Carmela di Salvatore, 13 luglio 1981 (in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.). Per quanto riguarda l’impegno di Cassarà nel cercare di stabilire un contatto anche umano con coloro i quali potevano diventare delle fonti investigative si veda: Rossi, I disarmati cit., pp. 54-56. Nello stesso libro, a pagina 54, viene riportata la testimo- nianza del commissario Francesco Accordino, il quale ricorda che Cassarà incontrava Contorno solo con Natale Mondo (e non con Calogero Zucchetto come si vede in que- sta scena): «Contorno lo vedeva solo lui, con Natale Mondo». Le dichiarazioni di Salvatore Contorno, con il nome in codice di fonte «Primaluce», confluiranno nel rapporto Greco Michele + 161 che permetterà di avere un quadro chiaro degli assetti di Cosa Nostra agli inizi degli anni Ottanta. Per quanto riportato nella tavola 112 si veda appunto: Questura di Palermo, Squadra mobile; Legione Carabinieri di Palermo, Nucleo operativo, Rapporto giudiziario di denuncia di Greco Michele + 161, 13 luglio 1982 (in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.).
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av. 113 Il testo di questa tavola si basa sui seguenti articoli: E. Raffaele, Processo alla mafia del parco, in «L’Ora», 11 gennaio 1982, p. 10, e dello stesso autore Un colossale giro di affari, in «L’Ora», 25 gennaio 1982, p. 6; G. Lo Monaco, Si punta ai legami tra boss e politici, in «L’Ora», 25 gennaio 1982, p. 6.
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Tavv. 114-115 Il dialogo fra Dalla Chiesa e Sciascia si basa interamente sull’audizione del generale Dalla Chiesa davanti alla commissione Moro, in data 23 febbraio 1982. Per un approfondimento si veda anche: M. Gotor, Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Einaudi, Torino 2011.
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Tav. 116 Il discorso di Pio La Torre con Rosario Di Salvo si basa su un’inter- vista a La Torre di E. Raffaele, Antimafia come antiterrorismo, in «L’Ora», 5 marzo 1982, p. 5.
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Tav. 117 Sull’arresto di Contorno si veda: A. Spampinato, Terrore: scambiò gli agenti per sicari, in «L’Ora», 26 marzo 1982, p. 2, e Questura di Palermo, Squadra mobile, Indagini relative all’arresto di Contorno Salvatore, 17 aprile 1982 (in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.), dove viene specificato che Carmela Lombardo «restava a piede libero perché al nono mese di gravidanza».
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Tav. 118 Il discorso di Pio La Torre è tratto da: P. La Torre, La Marcia di Co- miso per una base di pace, in «l’Unità», 11 ottobre 1982. Per quanto riguarda la manifestazione a Comiso si veda: 100 000 no ai missili, in «L’Ora», 5 aprile 1982, p. 1.
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Tavv. 119-121 Una prima ricostruzione dell’agguato mortale contro Pio La Torre e Rosario Di Salvo si può trovare in: A. Bolzoni, I killer lo aspettavano, in «L’Ora», 1 maggio 1982, p. 3, mentre una descrizione piú dettagliata viene fatta in: G. Bascietto e C. Camarca, Pio La Torre una storia italiana. La vita del politico e dell’uomo che sfidò la mafia, Aliberti, Reggio Emilia 2008, pp. 282-83. La versione presente in questa tavola differisce di poco da quella che sembra essere stata la dinamica del duplice delitto. In particolare l’arma usata dai sicari era un vecchio mitragliatore Thompson e il primo a cadere sotto i colpi sembra sia stato Rosario Di Salvo. Per quanto riguarda l’arrivo di Dalla Chiesa a Palermo e il suo insediamento come prefetto si veda: A. Spampinato, Dalla Chiesa già insediato, in «L’Ora», 1° maggio 1982, p. 2 e piú in generale il libro: N. Dalla Chiesa, Delitto imperfetto, Mondadori, Milano 1984. La ramanzina del primo presidente della Corte d’Appello, Giovanni Pizzillo, vie- ne annotata da Rocco Chinnici nel suo diario sul foglio del 24 novembre 1981 ma in un appunto relativo al 18 maggio 1982 (si veda: http://www.ecorav.it/arci/documenti/ scheda2/scheda2.htm).
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Tavv. 122-125 Le tesi esposte in queste tavole prima da Chinnici e poi da Falco- ne sono tratte dagli interventi da loro svolti durante l’incontro della Commissione per la riforma giudiziaria e l’amministrazione della Giustizia che si tenne a Castelgandolfo fra il 4 e il 6 giugno 1982, rispettivamente: R. Chinnici e S. Mannino, La mafia oggi e la sua collocazione nel piú vasto fenomeno della criminalità organizzata e G. Falcone e G. Turone, Tecniche di indagine in materia di mafia, entrambi pubblicati in: Aa. Vv., Riflessioni ed esperienze sul fenomeno mafioso, Quaderni del Consiglio superiore della magistratura, Roma 1983, e ora anche in G. Falcone, La posta in gioco. Interventi e proposte per la lotta alla mafia, BUR, Milano 2010. La relazione di Falcone e Turone introdusse per la prima volta la definizione di «terzo livello» che successivamente è stata utilizzata pressoché sempre per indicare una sorta di vertice in cui Cosa Nostra e il mondo politico e istituzionale colludono o si fondono insieme, travisando cosí il significato originale. Per quanto riguarda l’omicidio di Alfio Ferlito e dei carabinieri che lo scortavano si veda: Eccidio alla circonvallazione, in «L’Ora», 16 giugno 1982, p. 7; G. Borzi, Ferlito, cognome a due facce, in «L’Ora», 17 giugno 1982, p. 7; E. Raffaele, Killer venuti da fuori, in «L’Ora», 18 giugno 1982, p. 6, e per un approfondimento: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 no- vembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 16. La prima vignetta di tavola 125 è tratta da: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Strage_della_circonvallazione.jpg. Per quanto riguarda la morte di Roberto Calvi, la Corte d’Assise di Roma, il 6 giugno 2007, ha assolto gli imputati Pippo Calò, Ernesto Diotallevi e Flavio Carboni, applicando l’articolo del codice penale sulla «contraddittorietà della prova». Manuela Kleinszig, ex compagna di Carboni, è stata invece assolta con formula piena (si veda: H. Flavio, Omicidio Calvi, tutti assolti dopo 25 anni, in «Corriere della Sera», 7 giugno 2007, p. 17). In secondo grado, la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Roma in data 7 maggio 2010 ha confermato le assoluzioni. Il processo al momento è in Cassazione e, anche se non sono stati identificati i colpevoli, i processi di primo e secondo grado hanno acclarato che quello di Calvi è stato un omicidio e non un suicidio (si veda: H. Flavio, Nessun colpevole per Calvi. Il pm: ucciso per la seconda volta, in «Corriere della Sera», 8 maggio 2010, p. 29).
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Tavv. 126-127 Le foto che ritraggono i festeggiamenti per la vittoria dell’Italia ai mondiali del 1982 che abbiamo usato nelle ultime due vignette di tavola 126 si trova- no a corredo degli articoli di M. Novelli: Viva l’Italia che resiste!, in «L’Ora», 9 luglio 1982, p. 3, e Faremo il ’48!, in «L’Ora», 9 luglio 1982, p. 3. Il Rapporto giudiziario di denuncia di Greco Michele + 161 del 13 luglio 1982 (in: Il maxi processo Abbate + 474 cit.) è il nucleo sul quale verrà costruito il maxiprocesso e si tratta quindi di un lavoro di fondamentale importanza. Il rapporto fu il risultato del lavoro congiunto fra la Squadra mobile e il Nucleo operativo di Palermo. Gli estensori risultano essere Ignazio D’Antone e Tito Baldi Honorati come testimoniano le firme in calce, ma le indagini furono svolte principalmente da Ninni Cassarà e dall’allora capita- no dei Carabinieri Angiolo Pellegrini (in servizio a Palermo dal 1981 alla seconda metà del 1985) che contribuirono in maniera decisiva a stilare il rapporto (e che vengono comunque citati a chiusura del documento). Angiolo Pellegrini ricorda le torride nottate passate in ufficio a compilare il rapporto nel servizio televisivo andato in onda su Rai 2: M. De Palma, S. Rizzelli, R. Serdoz e S. Sagramola, Anomalia palermitana, 1993. Si vedano gli articoli: A. Bolzoni, Sei cosche, molti incensurati, in «L’Ora», 12 lu- glio 1982, p. 7; E. Raffaele, Cosí la guerra tra le cosche, in «L’Ora», 13 luglio 1982, p. 5, e dello stesso autore Ecco gli arrestati, niente boss, in «L’Ora», 14 luglio 1982, p. 5; Per questi, gli ordini di cattura, in «L’Ora», 30 luglio 1982, p. 5. Per quanto riguarda il festino di Santa Rosalia: Parte il festino, stasera il carro, in «L’Ora», 12 luglio 1982, p. 10; Festino: a Porta Felice il carro della santuzza, in «L’Ora», 13 luglio 1982, p. 6. La notizia del matrimonio fra Dalla Chiesa ed Emmanuela Setti Carraro l’ho tratta da: S’è sposato il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, in «L’Ora», 14 luglio 1982, p. 5; Cominciata 2 anni fa la storia d’amore del generale-prefetto, in «L’Ora», 16 luglio 1982, p. 9.
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Tavv. 128-131 Queste tavole si basano sulla famosa e importante intervista che Dalla Chiesa rilasciò a Giorgio Bocca: G. Bocca, «Come combatto contro la mafia», in «la Repubblica», 10 agosto 1982, p. 5.
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Tavv. 132-133 La dinamica dell’omicidio del prefetto Dalla Chiesa e della mo- glie Emmanuela Setti Carraro è stata ampiamente ricostruita in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 18. Una prima cronaca della strage di via Isidoro Carini si può leggere in: R. Leone e E. Raffaele, «Generali in tutte le prefetture siciliane», in «L’Ora», 4 settembre 1982, p. 3; G. Costa, N. Lombardozzi e G. Crapanzano, Un agguato studiato a tavolino. L’ultimo gesto, proteggere la moglie, in «L’Ora», 4 settembre 1982, pp. 4-5. Il testo integrale dell’omelia pronunciata nella cattedrale di Palermo dal cardinale Salvatore Pappalardo, in occasione dei funerali di Dalla Chiesa e della Setti Carraro, mi è stata cortesemente fornita dal parroco di Rosarno, don Pino De Masi. Per le immagini della strage ci siamo basati sul film: G. Ferrara, Cento giorni a Palermo, 1984, e sulla foto della A112 crivellata di colpi in: C. Margiotta (a cura di), Mafia. Dalla mat- tanza a Provenzano, Zero91, Milano 2007, pp. 38-39. Altre foto si possono trovare in: L. Battaglia e F. Zecchin, Le immagini del massacro, in «L’Ora», 4 settembre 1982, p. 20. Una lista degli uomini politici presenti al funerale si può leggere in: Lodato, Venticinque anni di mafia cit., p. 102. L’ultima vignetta di tavola 133 si basa su: Battaglia e Zecchin, Dovere di cronaca cit., pp. 116-17.
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Tavv. 134-135 La scena qui rappresentata è la sintesi di diversi incontri in Brasile fra Gaetano Badalamenti e Tommaso Buscetta raccontati dallo stesso Buscetta nel corso del suo interrogatorio istruttorio. Nello specifico il commento di Badalementi all’uccisione di Dalla Chiesa si può leggere in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 30 luglio 1984, ore 15.00, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tommaso cit., pp. 96-97. Il riferimento a Contorno viene invece fatto in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 27 luglio 1984, ore 15.30, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Buscetta Tommaso cit., p. 84. Sempre secondo quanto svelato da Buscetta durante l’interrogatorio istruttorio, il figlio Antonio insieme al fratello Benedetto, l’11 settembre 1982, scomparvero nel nulla e da allora non se ne sono piú avute notizie (si veda anche: G. Lo Monaco, Guai ai vinti!, in «L’Ora», 21 settembre 1982, p. 2). Sicuramente i due fratelli furono vittime della «lupara bianca» tanto che ancora nel 1999, quando durante un’udienza del processo Andreotti l’avvocato Gioacchino Sbacchi chiese con fare capzioso a Tommaso Buscetta notizie del figlio Antonio, Buscetta concluse l’udienza rispondendo secco: «Avvocato, deve considerare Antonio formalmente irreperibile» (G. D’Avanzo, «Pecorelli? Il man- dante fu Andreotti», in «la Repubblica», 11 gennaio 1996, p. 1). Si veda inoltre: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 12, p. 2455, dove si legge: «Pur riconoscendo al Buscetta lealtà nella collaborazione con la Giustizia, è lecito nutrire qualche perplessità sulla sua mancanza di propositi di rivincita dopo la crudele uccisione dei suoi figli».
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Tav. 136 Per l’incontro fra Beppe Montana e Calogero Zucchetto mi sono ispirato ad alcune informazioni gentilmente fornitemi in privato dal fratello di Montana, Dario.
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Tav. 137 La dichiarazione di Vito Ciancimino sulla natura fumettistica delle dichiarazioni di Nando Dalla Chiesa si può leggere in: G. Cerasa, D’Acquisto: «Spadolini può testimoniare», in «L’Ora», 8 settembre 1982, p. 3 (Nando Dalla Chiesa, in un articolo di Giorgio Bocca, pubblicato su «la Repubblica» la mattina dello stesso giorno, affermò che i mandanti dell’omicidio del padre: «vanno ricercati nella Democrazia Cristiana siciliana»). La proposta di legge presentata da La Torre, dopo l’annunzio del 1° aprile 1980, venne deferita alla IV Commissione Giustizia il 7 maggio dello stesso anno, per poi pas- sare il 4 febbraio 1982 alla II Commissione Interni e IV Commissione Giustizia riunite, in sede referente. Il 2 agosto 1982 venne infine deferita in sede legislativa alle stesse commissioni. Il 5 settembre venne discussa in aula e due giorni dopo votata e approvata. La legge 13 settembre 1982, n. 646 «Associazione a delinquere di tipo mafioso e disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale» venne infine pubblicata nella gazzetta ufficiale n. 253 del 14 settembre 1982 e con l’introduzione dell’articolo 416 bis c. p. venne finalmente definita l’associazione di tipo mafioso. La figura dell’alto commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa venne invece istituito con il decreto legge 629 del 6 settembre 1982, poi convertito nella legge 726 il 12 ottobre dello stesso anno.
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Tav. 138 Le prime notizie degli accertamenti bancari richiesti dall’Ufficio Istruzione di Palermo si possono leggere in: Quanti soldi! Come mai cosí ricco boss?, in «L’Ora», 2 ottobre 1982, p. 3; Il blitz nelle banche: 12 plichi, mille nomi, in «L’Ora», 5 ottobre 1982, p. 3. Lo stesso fatto viene ripreso anche in: Lodato, Venticinque anni di mafia cit., p. 105 (dove si specifica che quello di Palermo fu il primo ufficio a utilizzare la legge La Torre, all’indomani dell’entrata in vigore) e Lucentini, Paolo Borsellino cit., p. 73, dove, inoltre, si fa cenno anche della richiesta di encomio per Falcone e Borsellino, avanzata da Chinnici al presidente del tribunale di Palermo e che verrà rifiutata perché: «ostandovi espressa disposizione del Consiglio superiore della magistratura» il presidente del tribunale non poteva «aderire alla richiesta». Pochi mesi prima, durante la citata audizione davanti al Consiglio superiore della magistratura nel febbraio 1982, lo stesso Chinnici aveva espresso parole di stima per Falcone e Borsellino.
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Tav. 139 Dalle dichiarazioni rese da Paolo Borsellino al procuratore della Re- pubblica di Caltanissetta il 4 agosto 1983, e di cui parleremo in seguito, risulta che Rocco Chinnici fosse convinto del coinvolgimento dei cugini Salvo con Cosa Nostra.
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Tavv. 140-141 L’omicidio dell’agente Calogero Zucchetto, stretto collaboratore di Ninni Cassarà, viene descritto in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 17, pp. 3463-64, dove, riprendendo un rapporto delle forze dell’ordine, si legge: «[...] come Calogero Zucchetto fosse un agente dotato di vivida intelligenza, con notevole intuito ed ottima conoscenza dei pregiudicati, comuni e mafiosi di Palermo. [...] Per la sua esperienza, maturata in otto anni di servizio presso la Sezione Investigativa, gli venivano affidati compiti di particolare importanza e riservatezza». L’incontro accidentale con Pino Greco e Mario Prestifilippo viene ricostruito alle pagine 3468-69 dell’ordinanza, dove si parla della perlustrazione effettuata da Zucchetto e Cassarà alla ricerca del latitante Salvatore Montalto che verrà catturato il 7 novembre 1982 e che viene individuato come il movente dell’omicidio. Si veda anche: A. Calabrò, È un morto di tutti, in «L’Ora», 15 novembre 1982, p. 3; A. Bolzoni, Sentenza di morte da Ciaculli, in «L’Ora», 16 novembre 1982, p. 5. La foto del cadavere di Zucchetto è tratta da: C. Margiotta (a cura di), Mafia. Dalla mattanza a Provenzano cit., p. 41, e nella didascalia che accompagna la foto si specifica che Zucchetto venne finito con colpo di grazia all’orecchio destro.
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Tavv. 142-143 L’eliminazione di Rosario Riccobono viene trattata nel volume 12 dell’ordinanza in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 12, pp. 2456- 58, e poi dettagliatamente descritta in: Caruso, Da cosa nasce cosa cit., pp. 368-69. Una prima notizia circa l’eliminazione ordinata da Riina di decine di uomini di onore in un solo giorno si ha in: Tutto inizia dai Colli?, in «L’Ora», 28 dicembre 1982, p. 2, mentre un breve articolo sulla vicenda – scritto a distanza di anni e quindi con maggiore cognizione di causa – è: Cosí in un giorno sparirono sessanta boss, in «la Repubblica», 28 settembre 2007, p. 35. L’ascesa di Totò Riina a capo incontrastato di Cosa Nostra viene ricostruita con stile romanzesco in: A. Bolzoni e G. D’Avanzo, Il capo dei capi. Vita e carriera criminale di Totò Riina, Rizzoli, Milano 2007, da cui è stata tratta l’omonima miniserie televisiva: E. Monteleone e A. Sweet, Il capo dei capi, 2007.
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Tavv. 144-146 Le informazioni sul tentativo di eliminare Pino Greco sono po- che e di difficile reperimento. Una prima notizia al riguardo si può leggere nell’articolo: Solo il cugino-nemico riuscí a snidarlo e ferirlo, in «L’Ora», 11 agosto 1983, p. 3. La sparatoria («tufiata» in dialetto palermitano) viene trattata in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 12, p. 2458, dove si indicano come sicari Giovannello Greco, cugino di Pino, e Giuseppe Romano. Il 16 gennaio 2009 la Corte d’Appello di Catania, nell’ambito del processo cosiddetto «Tempesta», ha assolto con formula piena Giovannello Greco dall’accusa di tentato omicidio e detenzione abusiva di arma. La difesa di Giovannello Greco ha chiamato in causa la testimonianza del collaboratore di giustizia Gaetano Grado che si è accusato del tentato omicidio: «Giovannello non c’entra. A Scarpa sparai io, ma purtroppo le cartucce del fucile erano bagnate e non riuscii a ucciderlo» (D. Quaranta, «Tufiata» di Ciaculli: Giovannello Greco non ha sparato, Antimafia Duemila, 20 gennaio 2009, in: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/12362/78/). Il 17 marzo 2011, la Corte d’Appello di Catania ha assolto Giovannello Greco per tentato omicidio. La lettera di minacce che si vede nell’ultima vignetta di tavola 146 (una prova che la zona di Ciaculli venne «bonificata» per ordine dei Greco) è tratta letteralmente da: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 12, p. 2463, mentre la notizia della fuga di diverse persone da Ciaculli, a seguito di queste minacce, si trova in: Esodo a Ciaculli, in «L’Ora», 11 agosto 1983, p. 2.
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Tavv. 147-149 La cronaca della vendetta trasversale scatenata contro i parenti di Tommaso Buscetta si può leggere in: Pizza condita di piombo, in «L’Ora», 27 dicembre 1982, p. 2; B. Stancanelli, Sfida a Buscetta?, in «L’Ora», 28 dicembre 1982, p. 4; Tremenda vendetta, in «L’Ora», 29 dicembre 1982, p. 3; «L’importanza» di chiamarsi Buscetta, in «L’Ora», 29 dicembre 1982, p. 3, e su questi articoli mi sono basato per ricostruire i delitti. Un accanimento tanto feroce e veloce contro familiari di Buscetta, per di piú estranei a Cosa Nostra, può far sospettare un coinvolgimento del «boss dei due mondi» nell’attentato contro Scarpuzzedda anche se ciò è sempre stato negato dallo stesso Buscetta e non ha trovato alcun riscontro processuale. Si noti, per inciso, che gli omicidi sono avvenuti, in perfetto stile mafioso, nei giorni di Santo Stefano e di San Tommaso, come a voler richiamare i nomi di Stefano Bontate e, appunto, di Tommaso Buscetta. Secondo quanto mi è stato raccontato da Dario Montana, suo fratello Beppe tornò a lavorare a Palermo dopo una parentesi catanese verso la fine del 1982. Montana contribuí a creare anche il «Comitato Lillo Zucchetto», per sensibilizzare i giovani al rispetto della legalità e dei valori democratici.
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Tavv. 150-151 Il processo Basile si trascinò per una ventina di anni, è stato defi- nito un «calvario giudiziario» e divenne l’esempio dei processi «aggiustati» dalla ma- fia (A. Bolzoni, «Processate per mafia quei giudici», in «la Repubblica», 22 settembre 1994, p. 7; L. Tescaroli, Basile, quella sera di 25 anni fa, in «la Repubblica», sezione Palermo, 4 maggio 2005, p. 1). Il 31 marzo 1983, Vincenzo Puccio, Armando Bonanno e Giuseppe Madonia, vennero assolti dalla Corte d’Assise di Palermo per insufficienza di prove nonostante nella sentenza si legga: «Che in presenza di un minor numero di indizi sarebbe stato piú facile condannare gli imputati». Puccio, Madonia e Bonanno vennero scarcerati il 17 marzo 1983 per decorrenza dei termini di custodia cautelare e lo stesso giorno in cui furono assolti vennero mandati al confino nei comuni di Asuni, Sini e Allai, in Sarde- gna da dove fuggirono il 12 aprile 1983. Manfredi Borsellino ricorda: «La vera paura per la vita di mio padre comincio a viverla a causa di quell’evasione. Puccio, Bonanno e Madonia, tre nomi che ho sentito fare spesso e che da allora sono cominciati ad aleggiare in casa nostra come fantasmi» (Lucentini, Paolo Borsellino cit., p. 77).La Corte d’Assise d’Appello di Palermo, presieduta da Antonino Saetta, il 23 giu- gno 1988, aveva condannato all’ergastolo Giuseppe Madonia, come esecutore materiale dell’omicidio del capitano Basile, e Vincenzo Puccio e Armando Bonanno come coautori materiali. Puccio poi venne ucciso in carcere l’11 maggio 1989, mentre Bonanno, da latitante, rimase vittima della «lupara bianca». La Corte di Cassazione, il 14 novembre 1992, ha rigettato i ricorsi presentati dagli imputati, confermando la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, in data 14 febbraio 1992, e condannando all’ergastolo Giuseppe Madonia come esecutore materiale, e Francesco Madonia e Totò Riina come mandanti. Secondo quanto riportato in: Stille, Nella terra degli infedeli cit., p. 106, fu lo stesso Paolo Borsellino a raccontare della revoca delle indagini di mafia dopo che suo suoce- ro, il giudice Angelo Piraino Leto, all’epoca presidente del tribunale di Palermo, aveva parlato con Chinnici. Borsellino in persona sembra fare un riferimento generico a questa circostanza in un’intervista rilasciata il 16 aprile 1987 al programma Carta Bianca condotto da Gianni Delli Ponti e Cesare Chiericati e trasmesso dall’emittente svizzera Tsi, e un cenno al- trettanto generico all’episodio in questione lo si può leggere anche nella sua deposizione resa davanti al Comitato antimafia del Csm, il 30 luglio 1988 (si veda: R. Martinelli [a cura di], Falcone dieci anni dopo. Ricordi testimonianze documenti, Capital Partners 2000 edizioni, Roma 2002, pp. 115-16). Riguardo questa vicenda Antonino Caponnetto ricorda: «La scelta vincente fu seguire il suggerimento di Falcone di “recuperare” – usò proprio questo termine – Borsellino. Falcone non mi spiegò i motivi per cui Borsellino, dopo le indagini sull’omicidio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile nel 1980, era stato messo da parte; non le ho mai volute sapere e non mi interessavano» (si veda: A. Caponnetto, I miei giorni a Palermo. Storie di mafia e di giustizia raccontate a Saverio Lodato, Garzanti, Milano 1992, p. 41). Angelo Piraino, magistrato e nipote di Angelo Piraino Leto, di concerto con Manfredi Borsellino, in una comunicazione privata ha smentito la ricostruzione dei fatti succitata, spiegandomi che «l’alleggerimento» delle indagini di mafia assegnate allo zio Paolo Borsellino, oltre a essere limitato ad un periodo molto breve, non fu una decisione autoritaria imposta da Rocco Chinnici, né suggerita dal giudice Piraino Leto, quanto una scelta fatta di comune accordo con lo stesso Borsellino per tentare di ridurre i rischi conseguenti ad una sua eccessiva esposizione. Nel dialogo fra Falcone e Borsellino di queste due tavole ho scelto di basarmi sulla versione dei fatti che chiama in causa Chinnici in modo piú diretto solo per un’esigenza narrativa. Il particolare che Francesca Morvillo non sapesse nuotare viene riportato in: Ayala, Chi ha paura muore ogni giorno cit., p. 69.
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Tavv. 152-154 La scena del ritrovamento delle armi da parte di Giuseppe Mon- tana si basa su un filmato che mi è stato cortesemente fornito dal fratello Dario e sui seguenti articoli: A. Bolzoni e M. Novelli, Le armi dei grandi delitti, in «L’Ora», 4 giugno 1983, p. 3; A. Bolzoni e M. Novelli, Esplorando i bui magazzini della morte, in «L’Ora», 4 giugno 1983, p. 3; Al vaglio della «scientifica» le armi del sottosuolo, in «L’Ora», 6 giugno 1983, p. 3. L’articolo di prima pagina che commenta la sentenza di primo grado del processo Spatola è: Colpevoli! È la prima condanna per associazione mafiosa, in «L’Ora», 7 giugno 1983, p. 1, mentre la vignetta in cui sono ritratti gli imputati è tratta dalla foto a corredo dell’articolo: A. Bolzoni, M. Novelli, e G. Crapanzano, Ora per ora la lunga notte del giudizio, in «L’Ora», 7 giugno 1983, p. 3. Per quanto riguarda l’interrogatorio di Maria Corleo si veda: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, Esame di testimonio senza giuramento di Corleo Maria, 13 giugno 1983, in cui Falcone specifica che: «All’esame assiste il dott. A. Cassarà, incaricato di queste indagini» e anche: Galluzzo, Nicastro e Vasile, Obiettivo Falcone cit., pp. 127-28. Una prima notizia circa la sor- te del marito della Corleo, l’ingegnere Ignazio Lo Presti, la si può trovare in: A. Bolzoni, Un ingegnere parente dei Salvo vittima della «lupara bianca», in «la Repubblica», 13 agosto 1982, p. 5. Per la scena dell’interrogatorio ho tratto spunto anche dal film: Ferrara, Giovanni Falcone cit.
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Tav. 155 Per quanto riguarda l’omicidio del capitano Mario D’Aleo, dell’appuntato Giuseppe Bommarito e del carabiniere Pietro Morici, si veda: A. Bolzoni, Sterminati, ma perché?, in «L’Ora», 14 giugno 1983, p. 2; E. Raffaele, «Inciampato» nella morte, in «L’Ora», 14 giugno 1983, p. 3; A. Bolzoni, «C’è soltanto una pista», in «L’Ora», 15 giugno 1983, p. 2; A. Bolzoni, La «chiave» nelle indagini, in «L’Ora», 16 giugno 1983, p. 2, e anche: Galluzzo, Nicastro e Vasile, Obiettivo Falcone cit., p. 201. Per quanto concerne le notizie che circolavano allora sui mandati di cattura emessi da Falcone e sulle indagini di Chinnici si veda: Mandati di cattura per killer e mandanti, in «L’Ora», 11 luglio 1983, p. 9; Qualcuno ha visto e ha parlato, in «L’Ora», 13 luglio 1983, p. 7; E. Raffaele, I terribili «dieci» degli anni di piombo, in «L’Ora», 14 luglio 1983, p. 3; M. Novelli ed E. Raffaele, Quella notte che il «papa» annunciò: il falco è morto, in «L’Ora», 16 luglio 1983, p. 3; E. Raffaele, A un passo dalla verità, 1° agosto 1983, p. 2; Un bagno di sangue, in «L’Ora», 11 agosto 1983, p. 3, dove, facendo riferimento a due mandati di cattura, uno dei quali nei confronti di Michele e Salvatore Greco, si specifica: «Con due mandati di cattura il consigliere istruttore Marcantonio Motisi [...] ha concluso cosí un lavoro iniziato dal consigliere istruttore Rocco Chinnici, il quale era ormai giunto alle stesse conclusioni pochi giorni prima di essere trucidato insieme con la sua scorta». Inoltre nell’articolo: E. Raffaele, Ignazio Salvo indiziato di reato, in «L’Ora», 5 agosto 1983, p. 7, in una notizia dell’ultima ora, si legge che la decisione di emettere i mandati di cattura risaliva a due settimane prima: «La clamorosa decisione è stata presa venti giorni fa al termine di due giorni di interrogatori a Palazzo di Giustizia condotti dalla procura e dall’Ufficio Istruzione»; dello stesso autore si veda anche: Indiziato anche Nino Salvo, in «L’Ora», 6 agosto 1983, p. 3. Sugli incontri fra il dirigente della Criminalpol, Antonio De Luca, e il trafficante libanese Bou Chebel Ghassan, si veda l’interrogazione parlamentare di Antonino Mannino: «Atti parlamentari», Camera dei Deputati, XI legislatura, Resoconto stenografico della seduta n. 112, 21 marzo 1984, e anche: Infiltrato ma non troppo, in «L’Ora», 11 agosto 1983, p. 2; De Luca urla deciso: «Bou Chebel sapeva tutto», in «L’Ora», 9 marzo 1984, p. 7.
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Tavv. 156-157 Notizie sul viaggio di Falcone in Thailandia si possono ricavare da: M. Novelli, La via della droga da Singapore a Palermo, in «L’Ora», 19 luglio 1983, p. 3; Falcone va in Thailandia, in «L’Ora», 25 luglio 1983, p. 7, e anche da: Stille, Nella terra degli infedeli cit., p. 108. La presunta decisione di Falcone e della Morvillo di non avere figli viene riportata in moltissime fonti, ma su questa delicata questione la sorella maggiore di Falcone, Anna, ha espresso delle riserve sostenendo che oltre a trattarsi di una questione del tutto privata, lei non ricorda di avere mai sentito il fratello fare un’affermazione del genere (L. Zingales, Giovanni Falcone, un uomo normale. Conversazione con Maria e Anna Fal- cone, Aliberti, Reggio Emilia 2007, p. 24).
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Tavv. 158-159 La descrizione della strage di via Pipitone Federico si può leg- gere in: Corte d’Assise di Caltanissetta, II sezione penale, 14 aprile 2000, Riina + 18, parte III, paragrafo 1. Si veda inoltre: N. Lombardozzi e M. Novelli, Mor- te per radio-comando, in «L’Ora», 29 luglio 1983, p. 3, e degli stessi autori Morte per radio-comando, in «L’Ora», 29 luglio 1983, p. 4; E. D’Antona, Il delitto come tecnica, in «L’Ora», 29 luglio 1983, p. 2, e dello stesso autore: Chi sono le altre vittime innocenti, in «L’Ora», 29 luglio 1983, p. 4 e Via Pipitone, n. 63: un boa- to e tra gli inquilini fu l’inferno, in «L’Ora», 29 luglio 1983, p. 2; B. Stancanelli, «Povero papà, ridotto cosí», in «L’Ora», 29 luglio 1983, p. 4; si veda inoltre: Zingales, Rocco Chinnici cit. Per ricostruire i momenti prima dell’attentato mi sono basato sulla preziosa testimonianza dell’unico sopravvissuto alla strage di via Pipitone, ovvero Giovanni Paparcuri che ha pubblicato diversi articoli utili sul suo blog consultabile all’indirizzo: http:// web.tiscali.it/g.paparcuri (in particolare l’articolo: 29 luglio 1983. Il giorno della strage) e con il quale ho avuto un scambio di mail in privato. Sempre su Paparcuri si veda inoltre: G. Montemagno, L’autista di Chinnici miracolosamente salvo, in «L’Ora», 29 luglio 1983, p. 4; M. Novelli, Ho nelle orecchie quel silenzio di morte, in «L’Ora», 6 agosto 1983, e Zingales, Rocco Chinnici cit., pp. 105-35.
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Tav. 160 La scena della telefonata di Borsellino a Falcone è ispirata dal film: Ferrara, Giovanni Falcone cit. Paolo Borsellino apprese della strage mentre si trovava nella sua villa al mare a Villagrazia di Carini e si recò immediatamente in via Pipitone (Lucentini, Paolo Borsellino cit., pp. 80-81).
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Tav. 161 Il testo del servizio televisivo è tratto letteralmente dal Tg2 del 29 luglio 1983 cosí come è stato riportato nel film: Turco, In un altro paese cit. Si veda anche: Caponnetto, I miei giorni a Palermo cit., pp. 23-24.
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Tav. 162 Il testo integrale della deposizione resa da Paolo Borsellino al procuratore della Repubblica di Caltanissetta il 4 agosto 1983 si può leggere in: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 23 ottobre 1999, Andreotti cit. Lo stesso giorno Falcone rientrò a Palermo, dopo uno scalo a Roma, come si può leggere in: E. Raffaele, Ignazio Salvo indiziato di reato, in «L’Ora», 5 agosto 1983, p. 7.
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Tav. 163 Una ricostruzione dettagliata dell’arresto di Tommaso Buscetta viene fornita da lui stesso durante l’interrogatorio istruttorio con Giovanni Falcone, in data 30 agosto 1984, ore 15.00, pp. 255-359.
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Tavv. 164-165 La cerimonia di insediamento di Caponnetto e il suo incontro con Falcone si basano su: E. Raffaele, Il giudice Caponnetto abiterà in una caserma, in «L’Ora», 11 novembre 1983, p. 9, e su: Caponnetto, I miei giorni a Palermo cit., pp. 27-33, in queste pagine inoltre Caponnetto ricorda che il giorno della presa di possesso del suo incarico – questo il termine tecnico – erano presenti diversi colleghi, fra cui Borsellino, mentre Falcone si trovava fuori sede per lavoro. Il primo incontro con Falcone, nella caserma Cangelosi della Guardia di finanza dove alloggiava Caponnetto, viene descritto sempre in: I miei giorni a Palermo cit., p. 40, e poche pagine prima vengono citate due telefonate in cui Falcone sollecitava Caponnetto ad arrivare il prima possibile a Palermo per rimettere in moto l’istruttoria nata dal rapporto Greco Michele + 161. A conferma che già alla fine del 1983 le indagini sulla cosiddetta «Pizza Connection» erano pressoché concluse si veda: R. Leone, Cosí portavano in Svizzera i miliardi della mafia, in «L’Ora», 16 aprile 1984, p. iii, dove si specifica che la chiusura delle indagini venne posticipata di qualche mese con l’intento di riuscire a catturare anche Gaetano Badalamenti.
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Tavv. 166-169 Per quanto riguarda la genesi del pool antimafia mi sono basato principalmente su: Caponnetto, I miei giorni a Palermo cit., pp. 39-42. Leonardo Guarnotta ha ricordato in almeno due occasioni come sia stato incluso nel gruppo di lavoro e cioè: Lucentini, Paolo Borsellino cit., p. 38 e p. 42, e nel film: Turco, In un altro paese cit. La decisione di affidare a piú magistrati l’istruttoria nata dal rapporto su Michele Greco e altri 161 presunti mafiosi viene riportata per la prima volta in: Saranno condotte collegialmente le inchieste 162 e Dalla Chiesa, in «L’Ora», 22 novembre 1983, p. 5.
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Tavv. 170-171 Le torture subite da Buscetta vengono ricordate da Falcone in: Galluzzo, La Licata e Lodato, Rapporto sulla mafia degli anni Ottanta cit., p. 35. La lettera scritta da Buscetta alla terza moglie Maria Cristina De Almeida Guimaraes è tratta da: Biagi, Il boss è solo cit., pp. 75-78.
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Tavv. 172-175 La deposizione di Cassarà viene riportata in: Corte d’Assise di Caltanissetta, II sezione penale, 14 aprile 2000, Riina + 18 cit. Si veda anche: E. Raffaele, Ci fu rumore di manette, in «L’Ora», 21 marzo 1984, p. 3; Palazzolo, I pezzi mancanti cit., p. 117; Rossi, I disarmati cit., p. 162, dove Laura Cassarà racconta la minaccia telefonica, «la prima e unica minaccia che ho ricevuto», e nello stesso libro, a pagina 167, fa una lista delle persone di cui suo marito si fidava. Il primo a essere citato è Beppe Montana.
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Tavv. 176-177 Il fatto che Gaetano Badalamenti fosse al centro di un traffico internazionale di stupefacenti nonostante fosse stato formalmente espulso da Cosa Nostra nel 1979 non deve stupire piú di tanto. A tal proposito, nella sentenza nei confronti di Gaetano Badalamenti per l’omicidio Impastato, Corte d’Assise di Palermo, III se- zione, 11 aprile 2002, Badalamenti cit., si legge: Se da un lato non si può disporre di notizie univoche sui tempi in cui fu dato corso alla risoluzione relativa all’espulsione di Badalamenti Gaetano; dall’altro, le risultanze già esaminate nella sentenza resa all’esito del «maxi quater» evidenziano come, in effetti, quel provvedimento, nella realtà del mandamento di Cinisi, almeno inizialmente, di fatto, fosse rimasto non operativo, non essendo sufficiente ad interrompere quei solidi rapporti mafiosi instaurati da Badalamenti Gaetano con tanti uomini d’onore, che da sempre lo avevano considerato il loro prestigioso capo ed il loro unico punto di riferimento in Cosa Nostra; né d’altronde egli avrebbe potuto essere estromesso da tutte le iniziative imprenditoriali e tipicamente mafiose coltivate nella zona, ma anche fuori e persino oltreoceano (si pensi ai traffici droga come quello «Pizza Connection»). Sulla «Pizza Connection» si veda l’atto d’accusa formale: United States v. Badalamenti, no. 84 cr. 236, 19 febbraio 1985, nonché l’appello: United States of America v. Filippo Casamento et al. 887 F.2d 1141, 11 ottobre 1989. Per quanto riguarda la ricostruzione di queste pagine mi sono basato principalmente su: Extra Cheese, «Time», 23 aprile 1984; J. Cappelli, Si preparava a tornare. Aveva un «giro» di eroina per 2640 miliardi, in «L’Ora», 10 aprile 1984, p. 1; N. Lombardozzi, Travestito da miliardario, in «L’Ora», 10 aprile 1984, p. i; R. Hampson, «Pizza Connection», un grande impero, in «L’Ora», 11 aprile 1984, p. iii; R. Leone, Preso Greco e un industriale, in «L’Ora», 13 aprile 1984, p. i; N. Lombardozzi, L’industria pesante di Cosa Nostra, in «L’Ora», 17 aprile 1984, p. i. Un breve stralcio della deposizione di Falcone si può leggere in: E. Raffaele; «Gio- vanni, viviamo nel pericolo», in «L’Ora», 12 aprile 1984, p. ii. Le informazioni su Beppe Montana mi sono state fornite dal fratello Dario. La sezione «catturandi» era stata istituita nell’ambito della Squadra mobile da Giuseppe Impallomeni nel 1980. Il capo della «catturandi» dal febbraio 1980 al maggio 1982 è stato il commissario Renato Gentile.
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Tavv. 178-181 Sull’estradizione di Tommaso Buscetta, il suo tentativo di suicidio e il suo viaggio con Gianni De Gennaro, si vedano: Torna Masino dei misteri, in «L’Ora», 28 giugno 1984, p. i; Sceneggiata?, in «L’Ora», 9 luglio 1984, p. 3 (dove si commenta il tentato suicidio di Buscetta); Sette agenti e due infermieri vigilano notte e giorno la stanza di Masino Buscetta, in «L’Ora», 11 luglio 1984, p. 20; Tutte le strade portano a Palermo, in «L’Ora», 12 luglio 1984, p. ii (dove viene data notizia della partenza di De Gennaro dall’Italia). Lo stesso Gianni De Gennaro ricorda il suo viaggio per andare a prelevare Buscetta in: Biagi, Il boss è solo cit., pp. 261-62. Si veda inoltre: In cella, guardato a vista, in «L’Ora», 16 luglio 1984, p. 20; G. Cerasa, «Sono don Masino. Non dico altro...», 18 luglio 1984, in «la Repubblica», p. 15.
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Tavv. 191-192 Sul cosiddetto «blitz di S. Michele» si veda: Stille, Nella terra de- gli infedeli cit., pp. 156-57, e anche: Turco, In un altro paese cit., film tratto dal libro di Stille, in cui si vedono immagini di alcuni arresti. Si veda inoltre: Parla Buscetta 366 mandati di cattura, in «L’Ora», 29 settembre 1984, p. 1; E. Raffaele, Buscetta, un grande pentito, in «L’Ora», 29 settembre 1984, p. i; R. Leone, Siamo entrati nel cuore della mafia, in «L’Ora», 29 settembre 1984, p. i. Il baciamano di Contorno a Buscetta è un episodio difficilmente verificabile visto che ha ormai assunto i contorni della leggenda (N. Lombardozzi, «Totuccio ora puoi parlare», in «L’Ora», 11 aprile 1986, p. iii). Saverio Lodato a pagina 154 del suo Venticinque anni di mafia cit., lo riporta come vero anche se resta un fatto che ha piú il gusto del folklore che della storia sulla mafia. L’interrogatorio di Contorno ricostruito in questa scena è un estratto dell’inizio di un interrogatorio reso a Giovanni Falcone a cominciare dal 1° ottobre 1984 (Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Contorno Salvatore cit.). Una prima cronaca degli arresti effettuati a seguito delle dichiarazioni di Contorno si può leggere in: Contorno, canta un altro big della mafia e scattano 128 mandati di cattura, in «L’Ora», 25 ottobre 1984, p. 1; Si scuce un’altra bocca, in «L’Ora», 25 ottobre 1984, p. 3; Ecco i 127 della retata, in «L’Ora», 25 ottobre 1984, p. 4; G. Cerasa, Un altro pentito parla, 56 arresti, in «la Repubblica», 26 ottobre 1984, p. 13.
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Tav. 193 La descrizione del carcere di Voghera l’ho ripresa da: G. Simoni e G. Turone, Il caffè di Sindona. Un finanziere d’avventura tra politica, Vaticano e mafia, Garzanti, Milano 2009, pp. 73-74. Altre notizie per la realizzazione di questa tavola le ho tratte da: Sindona in isolamento nel carcere di Voghera, in «la Repubblica», 2 ottobre 1984, p. 9; F. Ravelli, Tre giudici contro Sindona inseguendo mille intrighi, in «la Repubblica», 4 ottobre 1984, p. 2.
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Tavv. 194-195 Buscetta fa riferimento alle dichiarazioni rese nel 1979 da Giusep- pe Di Cristina durante l’interrogatorio reso a Falcone e Vincenzo Geraci il 23 agosto 1984. Rivela invece che i cugini Salvo erano uomini d’onore della famiglia di Salemi, durante l’interrogatorio del 10 novembre 1984. Vito Ciancimino era stato costretto al confino a Patti, in provincia di Messina, dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, su richiesta della questura e l’ordinanza parlava di 22 giorni di «soggiorno provvisorio cauzionale» (F. Recanatesi, Ciancimino evita per ora le manette, in «la Repubblica», 9 ottobre 1984, p. 5). Al suo rientro a Palermo, era tornato alla sua casa in via Sciuti dove aspettava che gli venisse notificata la revoca del confino, la conferma del provvedimento o l’arresto (Ascesa e caduta di un potente, in «la Repubblica», 4 novembre 1984, p. 13) e quando venne arrestato, il 3 novembre 1984, fu colto da un malore (come ricordato anche in: A. Bolzoni, Negli Usa i miliardi di Ciancimino, in «la Repubblica», 4 novembre 1984, p. 13). L’articolo di giornale di cui si legge il titolo a tavola 195 è: Da «viceré di Sicilia» a detenuti, in «la Repubblica», 13 novembre 1984, p. 7.
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Tav. 196 Questa tavola si basa sull’articolo: E intanto a Palermo si prepara il super processo per i 500, in «L’Ora», 18 gennaio 1985, p. 3, e la vignetta in cui si intravede l’aula bunker in costruzione si basa su una foto di un articolo pubblicato su «L’Ora» dello stesso periodo.
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Tav. 197 La scena della scoperta di Francesco Marino Mannoia nascosto in un doppio fondo di un armadio e del suo arresto a Bagheria è tratta da un servizio televisivo di Salvatore Scimè di cui non dispongo riferimenti precisi ma che credo di potere datare intorno a dicembre del 1989. Si veda anche: Manette, per amore di donna, in «L’Ora», 22 gennaio 1985, p. i.
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Tav. 198 Il testo di questa tavola si basa su: F. Ravelli, Il processo Ambrosoli attende Sindona, in «la Repubblica», 17 marzo 1985, p. 10. Una riproduzione della lettera con cui Michele Sindona si dichiara disposto a collaborare con lo scrittore Nick Tosches alla stesura di un libro sulla sua vita si trova in: N. Tosches, Power on Earth, Arbor House, 1986 [trad. it. Il mistero Sindona, Alet, Padova 2009].
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Tav. 199 Le immagini dell’arresto di Pippo Calò si basano su un servizio trasmesso dal Tg1, il 30 marzo 1985 e al riguardo si legga anche: N. Lombardozzi, Alta mafia, agenzia n. 1, in «L’Ora», 1 aprile 1985, p. 3. La requisitoria del maxiprocesso venne presentata con una conferenza stampa dal procuratore Vincenzo Pajno ed è composta da 3127 pagine divise in 11 volumi in cui sono state esaminate le posizioni processuali di 841 imputati chiedendo il rinvio a giudizio di 351 di essi (di cui: 210 detenuti, 101 latitanti e 40 in stato di libertà), mentre gli atti concernenti altri 423 imputati vennero stralciati (si veda: E. Raffaele, Le accuse contro 841 mafiosi, in «L’Ora», 1° luglio 1985, p. 24, e anche: Il discorso del procura- tore Pajno, in «L’Ora», 1° luglio 1985, p. 24). La notizia dell’elezione di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo, l’ho ripresa da: G. Montemagno, Orlando eletto sindaco con 52 voti, in «L’Ora», 16 luglio 1985, p. 9. L’intervista a Beppe Montana delle ultime due vignette è tratta da: Gli «affari» interrotti dei boss, in «L’Ora», 25 luglio 1985, p. 13; G. Cerasa, Ancora una sfida della mafia, in «la Repubblica», 30 luglio 1985, p. 7.
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Tavv. 200-202 La dinamica dell’omicidio di Giuseppe Montana si basa su quan- to mi è stato raccontato dal fratello Dario e dal signor Orlando, il proprietario della rimessa di barche dove avvenne il delitto. Si veda anche: B. Stancanelli, Due killer tra le barche, in «L’Ora», 29 luglio 1985, p. 3. La ricostruzione del luogo del delitto si basa su foto scattate da me e sul film: Turco, In un altro paese cit. Si veda anche: A. Macaluso, Il colpo ai «Corleonesi», in «L’Ora», 29 luglio 1985, p. 4; S. Polizzi, Pesante, rabbioso silenzio, in «L’Ora», 29 luglio 1985, p. 2. La frase di Ninni Cassarà davanti al corpo di Montana – qui ripresa letteralmente – venne citata da Paolo Borsellino in un’intervista rilasciata a Lamberto Sposini verso la fine di giugno del 1992 (fra il 22 e il 28 giugno), reperibile in versione integrale all’indirizzo http://www.19luglio1992.org/index.php?option=com_conten t&view=article&id=103:lamberto-sposini-intervista-paolo-borsellino&catid=18:i- video&Itemid=33. Va notato inoltre che il giorno dell’agguato a Porticello, insieme a Montana avrebbe dovuto esserci anche Ninni Cassarà che però aveva disdetto l’appuntamento all’ultimo minuto perché aveva ospiti imprevisti a cena (Rossi, I disarmati cit., p. 370). Il discorso di Ninni Cassarà nella tavola 202 è l’unione di due articoli: G. Cerasa, Dopo minacce e «avvertimenti» temeva ogni giorno l’agguato, in «la Repubblica», 31 luglio 1985, p. 12, e un’intervista rilasciata a «Il Pungolo» e ripresa da «L’Ora» il 5 dicembre 1985 a p. iii. L’immagine di Cassarà che trasporta il feretro di Montana è tratta da una foto pub- blicata in: F. Cavallaro, Mafia. Album di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano 1992.

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Tavv. 203-207 La ricostruzione della tragica vicenda di Salvatore Marino si basa su: Lodato, Venticinque anni di mafia cit., pp. 168-70; G. Greison e M. Lunardini, Una partita giocata alla morte, in «il manifesto», 6 ottobre 2004, p. 18; R. Leone, Tra le auto «pulite» della fuga, in «L’Ora», 2 agosto 1985, p. 11. La prima breve notizia del ritrovamento del cadavere di Marino parla di un tunisino annegato: Trovato il cadavere di un tunisino, in «L’Ora», 2 agosto 1985, p. 11 e, a quanto riportato da Salvatore Lodato nel suo libro succitato, pare che la questura abbia cercato di accreditare questa insostenibile versione per almeno un giorno, prima che la realtà dei fatti venisse man mano alla luce. Un primo resoconto della versione sostenuta dal questore di Palermo, Giuseppe Montesano, e dal capo della Squadra mobile Francesco Pellegrino si può leggere in: Muore, lo interrogavano, in «la Repubblica», 3 agosto 1985. A tale proposito si veda anche un articolo de «L’Ora», 2 aprile 1990, p. 5, dove si legge: «La versione per cui Pellegrino e Scala debbono rispondere anche di falso, però ha retto appena due ore, fino a quando cioè il questore di Palermo recatosi a casa del procuratore Pajno, forní l’esatta versione dei fatti, dando quindi il via all’inchiesta che avrebbe portato anche all’arresto degli investigatori». L’intera vicenda, a partire dall’omicidio di Montana, viene ricostruita anche in un articolo scritto in occasione del processo per la morte di Marino, O. Di Blasi, Quella tragica notte, in «L’Ora», 3 aprile 1990, p. 7, dove viene anche descritto cosa sia una «cassetta» e come venne eseguita su Salvatore Marino: Gli avevano fatto, si ricostruisce dalle perizia sul corpo, la «cassetta». Si lega uno, si stende su una superficie piú corta di lui in modo che abbia testa e piedi che sporgono, tesi nello sforzo, e lo si costringe a ingurgitare litri di acqua e sale. Cosa che l’interessato tenta di non fare. Si usano strumenti atti a facilitare la bevuta. Nel caso di Marino pare sia stato un tubo, o un imbuto, ficcato a forza in bocca. E hanno pure sbagliato, il «mezzo» è finito non nell’esofago, ma nella trachea. Cosí, con i polmoni pieni d’acqua e il corpo pieno di lesioni, Marino morí. Nel libro di Luca Rossi I disarmati cit., a pagina 396, l’ispettore capo Giuseppe Russo dichiara che l’idea della «cassetta» l’ebbe il poliziotto Natale Mondo. Si veda inoltre: R. Leone, Un collasso, tanti sospetti, in «L’Ora», 3 agosto 1985, p. 3; P. Melati e E. Raffaele, Lividi, ferite in volto, piedi gonfi. L’autopsia decisiva per le indagini, in «L’Ora», 3 agosto 1985, p. 3. Sui risultati dell’autopsia si veda: La tortura in 43 pagine, in «L’Ora», 11 ottobre 1985, p. 4, e N. Lombardozzi, La notte degli aguzzini, in «L’Ora», 11 ottobre 1985, p. 4, dove si dichiara che sul corpo di Marino vennero trovati persino dei morsi umani. Si veda inoltre: U. Rosso, «Ce l’hanno ammazzato», in «L’Ora», 3 agosto 1985, p. 4; B. Stancanelli, «Il suo alibi era crollato», in «L’Ora», 5 agosto 1985, p. 3; R. Leone, «Quei soldi, frutto del nostro lavoro», in «L’Ora», 5 agosto 1985, p. 4. Un ritratto di Salvatore Marino si può leggere nell’articolo: A. Macaluso, Divo del calcio, ma sempre un ragazzo dello Sperone, in «L’Ora», 3 agosto 1985, p. 4; alcune scarne notizie sull’ultimo periodo della carriera calcistica di Marino si possono leggere in: F. V., Franco Russotto: quante insidie contro il Ribera, in «L’Ora», 5 gennaio 1985; Pro Bagheria e Comiso o Modica, in «L’Ora», 10 gennaio 1985; Ecco tutti gli uomini gol, in «L’Ora», 10 gennaio 1985; All’Acquasanta la pioggia calma i bollenti spiriti, in «L’Ora», 28 gennaio 1985, p. 20. Il drammatico incontro notturno fra Falcone e Cassarà, che io sappia, viene ripor- tato solo in: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., pp. 83-84, se si eccettua un ac- cenno fatto anche da Laura Cassarà, in: I disarmati cit., p. 370, dove sostiene che alle cinque del mattino del 2 agosto 1985, ricevette una telefonata da suo marito Ninni che la chiamava dall’ufficio di Falcone. Si veda inoltre: R. Leone, «Ci vorranno dieci anni per rifarsi un’immagine», in «L’Ora», 6 agosto 1985, p. 3.
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Tavv. 208-214 Sui provvedimenti presi nei confronti dei vertici investigativi di Palermo si veda: A. Spampinato, Scalfaro ordina un’inchiesta, in «L’Ora», 3 agosto 1985, p. 3; O. Barrese, «Cautela, non punizione», in «L’Ora», 6 agosto 1985, p. 3; A. Bolzoni, Terremoto nella questura di Palermo, in «la Repubblica», 6 agosto 1985, p. 3. A seguito dell’omicidio di Montana e della morte di Salvatore Marino nell’ambiente di Cosa Nostra sembra circolassero almeno due voci che aumentarono ulteriormente l’esposizione di Cassarà, come riportato, ad esempio, da Francesco Marino Mannoia (D. Mastrogiacomo, Palermo, un poliziotto guidò i killer di Montana e Cassarà, in «la Repubblica», 7 dicembre 1994, p. 21): Mio fratello Agostino mi disse che un agente di polizia, che apparteneva alla squadra di Montana e Cassarà, aveva riferito una voce che girava in questura. E cioè che i due poliziotti avevano impartito l’ordine di uccidere, prima della cattura, Pino Greco, Prestifilippo e Lucchese. Non so se fosse una voce diffusa ad arte, oppure se fosse una precisa volontà di Montana e Cassarà. [...] Pino Scarpuzzedda si era infuriato per quella morte [quella di Salvatore Marino]. La commissione s’informò come erano andati i fatti e si disse che uno dei maggiori responsabili era stato Cassarà. Mi sembra che anche in quella occasione, la voce su Cassarà fu indicata da un agente che lavorava nella sua squadra. Lo stesso che poi avvisò i killer appostati sul luogo prescelto per l’agguato dell’uscita dell’ispettore dalla questura. Non ho mai saputo chi fosse. Né l’avrei potuto sapere. L’agente Roberto Antiochia era rientrato dalle ferie che stava trascorrendo a Ostia appositamente per stare vicino a Cassarà (U. Rosso, «Darei la mia vita per difendere Ninni», in «la Repubblica», 8 agosto 1985, p. 2). La madre di Antiochia, anni dopo, ebbe a dichiarare: «Mi hanno ammazzato un figlio di ventitre anni, che quel giorno, a Palermo, è andato a regalare la sua vita per fare la scorta volontaria al suo capo. E lo ha fatto perché voleva bene a Ninni Cassarà. E anche se ho perduto Roberto, capisco che lo doveva fare, perché sentiva profondamente di dover proteggere il suo superiore. Un fatto di stima, ammirazione, simpatia. E anche di coraggio» («La cupola? Basta con la solita favola», in «L’Ora», 31 gennaio 1991, p. 13). Il particolare che Natale Mondo si fosse dimenticato le chiavi dell’auto blindata in ufficio mi è stato riferito da una fonte confidenziale. Ninni Cassarà, dopo l’omicidio di Montana, rimase chiuso in ufficio a lavorare, non usciva neanche per mangiare e dormiva su una brandina. La moglie Laura ricorda che nella decina di giorni trascorsi fra l’agguato di Porticello e la strage di viale Croce Rossa, il marito era tornato a casa solo tre volte. Il commando di mafiosi che aspettava Cassarà e la sua scorta era composto da almeno una decina di persone che avevano una base d’appoggio in un appartamento nel palazzo di fronte a quello dei Cassarà da cui monitoravano gli spostamenti e gli orari estremamente irregolari del commissario. Le armi sembra fossero custodite in un deposito vicino la Fiera del Mediterraneo. Il giorno della strage il gruppo di fuoco ha aspettato l’arrivo di Cassarà chiuso in un furgone. Il 6 agosto 1985, verso le 15, Cassarà decise improvvisamente di tornare a casa e avvertí la moglie Laura per telefono. Il tragitto dagli uffici della Squadra mobile fino a viale Croce Rossa, percorso a sirene spiegate, è stato stimato in 7 minuti. Da tutto ciò (e da altri elementi ancora), è stata ipotizzata l’esistenza di una «talpa» fra gli uomini della polizia che avrebbe avvisato i killer dell’arrivo del commissario. Quando la macchina di Cassarà entrò nel viale interno del condominio, alcuni mafiosi, travestiti da «falchi» della polizia, fermarono il traffico e l’ingresso al condominio venne bloccato con una vettura. Dopo una prima raffica «di puntamento» esplosa contro il muro accanto al portone di ingresso di Cassarà, i killer, appostati a circa una trentina di metri di distanza sulle scale di tre piani del palazzo di fronte, esplosero oltre un centinaio di proiettili (e la cosa non deve stupire visto che il fucile mitragliatore AK-47 ha una cadenza di tiro piuttosto elevata a fronte della sua precisione). Marino Mannoia ha dichiarato nell’interrogatorio reso a Falcone: «Coloro che spararono materialmente furono Madonia Nino, Prestifilippo Mario e Greco Pino “scarpa”, poiché ci vuole una particolare capacità nell’usare i kalashnikov» (Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 8 ottobre 1989, ore 15.00, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Francesco Marino Mannoia, p. 5). Antiochia venne colpito mortalmente alla testa e alle gambe, l’agente Giovanni Salvatore Lercara venne ferito. Natale Mondo era al volante dell’auto blindata, ma quando iniziarono ad esplodere i colpi aprí lo sportello e si riparò sotto la vettura, tanto che la marmitta bollente gli ustionò un braccio. Nonostante il diluvio di proiettili, Ninni Cassarà venne colpito soltanto da tre proiettili, il primo a un gomito, gli altri due alla schiena (e, se ho ben ricostruito la dinamica del delitto, credo che i due proiettili alla schiena lo abbiano colpito per giunta di rimbalzo). Su Roberto Antiochia si legga la lettera aperta scritta dalla madre all’allora ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro: S. Antiochia, «Li avete abbandonati», in «la Repubblica», 22 agosto 1985, p. 1. Altre informazioni su Roberto Antiochia mi sono state fornite da un suo collega che fu anche uno degli uomini di scorta di Falcone quando veniva a Roma. Il collega di Antiochia mi ha raccontato che entrambi furono fra i quattordici agenti del primo corso del Nucleo centrale anticrimine (che in seguito sarebbe diventato il Servizio centrale operativo) della Criminalpol. Il corso venne svolto nel 1982 e il nucleo venne creato a fine anno. Gli agenti fecero addestramento a Pescara, alla scuola di polizia giudiziaria. I colleghi di Antiochia lo avevano soprannominato Falcão per via della somiglianza fisica con il giocatore brasiliano. Antiochia inoltre, come altri suoi colleghi del corso, era un tiratore provetto: sembra che alcuni di loro fossero in grado di colpire una moneta da cento lire a circa quindici metri di distanza. Le immagini del luogo del delitto sono tratte da alcune foto che ho scattato personalmente e da un servizio di O. Dispenza (con riprese di M. Sacchi ed E. Salsi), trasmesso dal Tg1, il 6 agosto 1985. Sulla dinamica della strage di viale Croce Rossa si veda: R. Leone, È stato un tiro al bersaglio, in «L’Ora», 7 agosto 1985, p. 2; A. Calabrò, Un logico calcolo politico, in «L’Ora», 7 agosto 1985, p. 3; A. Macaluso, Almeno otto i killer, in «L’Ora», 7 agosto 1985, p. 3; Il teatro della morte, in «L’Ora», 7 agosto 1985, p. 24; R. Leone e E. Raffaele, Un furgone carico di killer, in «L’Ora», 8 agosto 1985, p. 3. E inoltre: Rossi, I disarmati cit.; Aa. Vv., Nonostante donna. Storie civili al femminile, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996; R. Schifani e F. Cavallaro, Oltre il buio. Dopo Capaci, via D’Amelio e gli orrori di Cosa Nostra, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, pp. 118-20; B. Stancanelli, Quella talpa alla mobile, in S. Scotti (a cura di), Mafia. Dentro i misteri di Cosa Nostra dal dopoguerra a Falcone e Borsellino, allegato a «Panorama», 1992. Infine sulla vita e il lavoro di Cassarà si veda: E. Raffaele, Le sue indagini, i «pentiti», in «L’Ora», 7 agosto 1985, p. 3; B. Stancanelli, Lui e Laura, poi la morte, in «L’Ora», 7 agosto 1985, p. 5; Aveva deciso: «vado via da Palermo», in «L’Ora», 8 agosto 1985, p. 3.
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Tavv. 215-216 La notizia che dal carcere dell’Ucciardone venne impartito l’ordi- ne di uccidere Falcone e Borsellino viene svelata per la prima volta in: G. Crapanzano e P. Melati, Sentenza di morte su cartolina postale, in «L’Ora», 21 febbraio 1987, p. 3. Caponnetto ricorda precisamente che il primo obiettivo da eliminare era Borsellino, il secondo Falcone (Caponnetto, I miei giorni a Palermo cit., pp. 68-69). Falcone e Borsellino sicuramente continuarono a lavorare anche all’Asinara, ma sulle modalità del lavoro c’è una sostanziale divergenza nelle testimonianze. Nel suo racconto a Saverio Lodato, Caponnetto sostiene che: «Falcone e Borsellino andarono all’Asinara solo per salvarsi la vita: là trascorsero due settimane di ozio insopportabile». Altre fonti, fra le quali Alexander Stille, invece sostengono che: «I due magistrati lavoravano indefessamente per preparare l’ordinanza di rinvio a giudizio» (Stille, Nella terra degli infedeli cit., p. 209). Sempre Caponnetto, nelle pagine sopracitate, spiega che la stesura dell’ordinanza di rinvio a giudizio del maxiprocesso venne iniziata a gennaio del 1985, nonostante la requisitoria sia stata depositata solo il 27 giugno dello stesso anno (Il discorso del procuratore Pajno, in «L’Ora», 1° luglio 1985, p. 24). Non potrebbe essere stato diversamente, a meno di non voler credere che in quattro mesi, da luglio alla fine di ottobre, siano state scritte le circa 10 000 pagine che compongono l’ordinanza di rinvio a giudizio (il che significherebbe una media di oltre 600 pagine al mese per ciascun componente del pool). Infine Falcone, Borsellino e i loro familiari vennero prelevati d’urgenza come ricorda anche lo stesso Borsellino in: Rossi, I disarmati cit., p. 209: Mi trovai davanti il questore di Palermo, Montesano, che a muso duro mi disse: «Lei deve andare via subito, se la uccidono chi finisce l’istruttoria?» [...] Mi trovai in casa questo Montesano che diceva, e anche con una certa decisione: «Ubbidisca. Il suo dovere prioritario è verso lo Stato». Devo dire che non mi fece nessun piacere. Avevo una sensazione precisa, estremamente sgradevole: che si pretendesse da me molto piú di quanto si volesse dare. Considerate quindi la mole di documenti da gestire e la rapidità con la quale i giudici dovettero abbandonare Palermo, è lecito pensare che la ricostruzione di Caponnetto sia quella che si avvicina maggiormente alla realtà. Sui lavori di costruzione dell’aula bunker si veda: Come funzionerà l’aula-fortezza del processone, in «L’Ora», 11 novembre 1985, p. 3. Altre informazioni mi sono state fornite personalmente da Leoluca Orlando.
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Tavv. 217-218 Il dialogo riportato in queste pagine fra Michele Sindona e Nick Tosches l’ho tratto, adattandolo, da: Tosches, Power on Earth cit. [trad. it. Il mistero Sindona cit., pp. 50-52 e pp. 125-27]. Nell’edizione originale il dialogo sulle banche usate dalla mafia per riciclare denaro sporco è il seguente: «Which banks does the Mafia use?» I asked him. He hesitated for a moment, «That is a dangerous question,» he reflected. I shrugged, he smiled. With no further thought, he said, «In Sicily, sometimes Banco di Sicilia. In Milan, the little Banca Rasini in Piazza Mercanti». Può essere interessante notare di sfuggita che nella prima edizione italiana di questo libro, pubblicata nel 1986 da Sugarco, il nome della Banca Rasini, un istituto coinvolto nell’inchiesta «San Valentino» e dove inoltre lavorava il padre di Silvio Berlusco- ni, Luigi (si veda: web.archive.org/web/20030504075922/www.lapadania.com/1998/ settembre/30/300998p10a2.htm), venne sostituito con un piú generico «una piccola banca in piazza Mercanti».

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Tavv. 219-221 Pino Greco aveva raggiunto una fama pressoché leggendaria fra gli uomini d’onore. Si veda, ad esempio: J. Follain, The last godfathers. The rise and fall of the mafia’s most powerful family, Hodder & Stoughton, Londra 2008, pp. 168-69, dove viene riportata una dichiarazione del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, circa l’omicidio di Pino Greco: «Se Greco avesse subodorato qualcosa avrebbero dovuto andarsi tutti a nascondere, perché lui era capace persino di entrare in una caserma e fare fuori tutti quelli che ci stavano dentro» (la traduzione è mia). Ho verificato che la dichiarazione di Cancemi citata nel libro non trova riscontro nell’interrogatorio dibattimentale citato come fonte da Follain, ma rende comunque l’idea della terribile fama di Pino Greco. L’indole sanguinaria di Scarpuzzedda viene rimarcata anche da un altro collaboratore di giustizia, Gaspare Mutolo, che ha dichiarato: «Pino Greco voleva far saltare in aria la questura con un camion imbottito di tritolo» (M. Gabresi, E Mutolo racconta dei poliziotti amici, in «la Repubblica», 11 giugno 1993, p. 20). La prima vignetta di pagina 218 si basa sulla foto di Pino Greco scattata in occasione del suo arresto, nell’aprile del 1980, e pubblicata a corredo dell’articolo: A. Calabrò, I manager del crimine, in «L’Ora», 12 novembre 1985, p. 4. Pino Greco fu una delle vittime della cosiddetta «lupara bianca» e dunque la dinamica della sua eliminazione può venire ricostruita solo de relato. A tal proposito si veda: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, 11 ottobre 1989, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Francesco Marino Mannoia, p. 13, e anche: Caruso, Da cosa nasce cosa cit., p. 414. La mia ricostruzione dell’omicidio di Scarpuzzedda, naturalmente, cita la scena del film di Martin Scorsese, Quei bravi ragazzi, 1990, in cui Tommy DeVito, insieme a Frankie Carbone, uccide Parnell «Stacks» Edwards.
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Tavv. 222-225 Paolo Borsellino fece cenno alle condizioni di salute di sua figlia Lucia nell’audizione davanti al Csm il 30 luglio 1988 (si veda: Martinelli, Falcone dieci anni dopo, p. 114), lamentando anche che gli era stato presentato il conto alla fine del soggiorno all’Asinara. Lucia Borsellino parla dei disturbi alimentari che la colpirono durante quel soggiorno in: Lucentini, Paolo Borsellino cit., pp. 105-8. Un altro punto di vista, piú lieto, sulle due settimane trascorse all’Asinara lo offre Man- fredi Borsellino in: L. Zingales, Paolo Borsellino. Una vita contro la mafia, Limina, Arezzo 2005, pp. 72-73. Falcone parla di «cultura della morte» in Sicilia, in: Falcone e Padovani, Cose di Cosa Nostra cit., p. 86 e ancora in: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., p. 14, dove si legge: «Sí, io sono siciliano e per me la vita vale meno di questo bottone». Borsellino aveva fatto la prima richiesta di trasferimento nel 1984, al tribunale di Trapani: «Ne parlai con Falcone, e decidemmo che avrei potuto continuare il mio la- voro lí, come una specie di estensione del pool» (Rossi, I disarmati cit., p. 210). Falcone, Borsellino e i loro familiari vennero ospitati nella foresteria di uno degli stabilimenti carcerari dell’Asinara, come riportato in: Lodato, Venticinque anni di mafia cit., p. 176, e come viene ricordato anche da Borsellino nella citata intervista a Lamberto Sposini. Borsellino e Falcone dovettero pagare sia il vitto, sia l’alloggio, come si può leggere in: Rossi, I disarmati cit., p. 210: Mangiare e bere, non discuto, era a spese nostre. Si immagini che con Falcone ci bevemmo settecentomila lire di vino. E quello va bene. Dopotutto, eravamo stati obbligati, e vivere un mese nella foresteria di un carcere non è la mia idea di vacanza. Prima di andarcene, ci fecero pagare 415 800 lire a testa per il pernottamento, 12 600 lire al giorno. Era poco, d’accordo, ma era il principio.

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Tav. 226 La nota introduttiva dell’ordinanza di rinvio a giudizio si può leggere in: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore A. Caponnetto, 8 novembre 1985, Abbate + 706 cit., volume 5, p. 711. Per quanto riguarda il lavoro informatico di Paparcuri si veda: http://web.tiscali.it/g.paparcuri, articoli: Il rientro in ufficio e L’incontro e i rapporti con Caponnetto, e anche: Zingales, Rocco Chinnici cit., p. 130. Si veda inoltre: Una lotta contro il tempo, in «L’Ora», 9 novem- bre 1985, p. 3; 40 volumi, quasi una enciclopedia, in «L’Ora», 9 novembre 1985, p. 3; Arrivano le «carte», in «L’Ora», 11 novembre 1985, p. 3.
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Tav. 227 Per quanto riguarda il drammatico incidente davanti al liceo Meli e le sue conseguenze, si veda: S. Rizza e A. Romano, Angoscia e paura, una tremenda ricerca di figli e compagni, in «L’Ora», 26 novembre 1985, p. 2; A. Macaluso, Un botto, poi sangue e morte, in «L’Ora», 26 novembre 1985, p. 3; A. Calabrò, Ancora vittime in una città stravolta dal terrore mafioso, in «L’Ora», 26 novembre 1985, p. 3; S. Rizza, «Biagio aveva paura dei mitra spianati», in «L’Ora», 26 novembre 1985, p. 4; S. Tito, Notte di lacrime e strazio, in «L’Ora», 26 novembre 1985, p. 4; P. Melati, Al capezzale della figlia in coma il dolore d’un padre poliziotto, in «L’Ora», 26 novembre 1985, p. 4; B. Stancanelli, Con i giudici, tra le vittime, in «L’Ora», 26 novembre 1985, p. 5; N. Lombardozzi, Serve davvero scortare cosí magistrati e politici?, in «L’Ora», 26 novembre 1985, p. 5; Ecco come è successo l’incidente. 3 comunicazioni giudiziarie?, in «L’Ora», 27 novembre 1985, p. 4; Con i genitori anche i giudici in un lungo corteo di dolore, in «L’Ora», 27 novembre 1985, p. 5; A. Romano e T. Sandro, Nuova giornata d’angoscia per i tre ragazzi in coma, in «L’Ora», 27 novembre 1985, p. 5; È morta anche Maria Giuditta, in «L’Ora», 2 dicembre 1985, p. i. Si veda anche: Stille, Nella terra degli infedeli cit., pp. 213-14. Paolo Borsellino ricorda l’incidente in: Rossi, I disarmati cit., p. 210. Sull’incidente del Meli è stato pubblicato anche un libro: R. Puglisi, 25 novembre 1985, Promopress, Palermo 2005.
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Tav. 228 Il periodo in cui nel pool antimafia si sono aggiunti i tre sostituti Conte, De Francisci e Natoli, viene riportato in: Stille, Nella terra degli infedeli cit., p. 230, e mi è stato confermato anche da Ignazio De Francisci, il quale ha specificato che lui e gli altri sostituti si occuparono inizialmente del maxiprocesso bis e ter. Rosario Spatola venne condannato in primo grado a tredici anni di reclusione (Tribu- nale di Palermo, I sezione penale, 6 giugno 1983, Spatola + 74), pena ridotta a dieci anni dalla seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo il 20 dicembre 1984. Il 17 dicembre 1985 la Corte di Cassazione confermò le condanne della Corte d’Appello di Palermo. I giudici respinsero alcuni dei ricorsi presentati, tra gli altri, da Rosario Spatola che ebbe dieci anni e ottanta milioni di multa, e i fratelli Rosario e Giuseppe Gambino che vennero condannati a sedici anni e a cento milioni di multa (si veda: Confermata condanna per Rosario Spatola, in «L’Ora», 17 dicembre 1985). Per quanto riguarda l’elezione di Vincenzo Geraci al Csm, si veda: Il nuovo volto del Csm, in «L’Ora», 4 febbraio 1986, p. 6; Geraci eletto dai «moderati», in «L’Ora», 4 febbraio 1986, p. 6. Rosario Spatola venne però scarcerato il 28 settembre 1984 per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva (si veda: Di nuovo in libertà Rosario Spatola, in «la Repubblica», 29 settembre 1984, p. 7) e nel dicembre 1985 si diede alla latitanza. Venne identificato a New York, a Staten Island, e arrestato di nuovo l’8 maggio 1989 (si veda: Spatola, boss in manette, in «la Repubblica», 11 maggio 1989, p. 9).
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Tav. 229 La carriera di Bruno Contrada viene riassunta in: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 5 aprile 1996, Contrada cit., capitolo II, paragrafo 3, e anche su: http://www.brunocontrada.info/bio.php.

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Tavv. 232-233 Le informazioni sull’esito del processo per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, le ho tratte da: Ergastolo per Sindona, in «L’Ora», 18 marzo 1986, p. 1, e anche da: A. Spampinato, Giustizia è fatta per Ambrosoli, in «L’Ora», 19 marzo 1986, p. 7. La ricostruzione delle ultime ore di Sindona, invece, le ho riprese da: Simoni e Turone, Il caffè di Sindona cit., pp. 73-119, dove, inoltre, con logica stringente, viene dimostrato che Michele Sindona ha cercato di far sembrare la sua morte un omicidio, quando in realtà si è trattato di suicidio. Le prime cronache sulla morte di Sindona che ho consultato sono: M. Novelli, Sindona, ultimo atto, in «L’Ora», 21 marzo 1986, p. 24; G. Bocca, L’Italia di Pisciotta, in «la Repubblica», 21 marzo 1986, p. 1; E. Scalfari, Le vittime di Belzebú, in «la Repubblica», 23 marzo 1986, p. 1 (e, come si può desumere dal titolo, nei due editoriali de «la Repubblica» viene avvalorata, erroneamente, la tesi dell’omicidio)

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Tavv. 234-236 L’ingresso in aula di Tommaso Buscetta è uno dei pochi momenti in cui il «boss dei due mondi» è stato ripreso dalle telecamere (si veda: Gambescia, Pas- salacqua e Vergine, Processo alla mafia cit.), prima che il presidente Alfonso Giordano disponesse che Buscetta venisse ripreso solo di spalle o dal collo in giú. La deposizione in aula di Buscetta è durata circa una settimana e le parti di discorso da me riportate in queste due tavole si possono leggere in: Corte d’Assise di Palermo, I sezione, Processo verbale di continuazione del dibattimento, in data 3 aprile 1986 e 7 aprile 1986. Si veda anche: P. Melati, Dito puntato su Liggio, Greco e Calò, in «L’Ora», 4 aprile 1986, p. iii e N. Lombardozzi e P. Melati, Gelido, li ha sfidati tutti quanti, in «L’Ora», 4 aprile 1986, pp. iv-v.
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Tav. 237 L’inizio della deposizione di Salvatore Contorno (che verrà resa per la maggior parte in stretto dialetto siciliano) si può leggere in: Corte d’Assise di Palermo, I sezione, 11 aprile 1986, Processo verbale di continuazione del dibattimento. Si veda anche: P. Melati, Ed oggi Contorno con altre frecce al veleno, in «L’Ora», 11 aprile 1986, p. iii.
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Tavv. 238-240 Il confronto fra Tommaso Buscetta e Pippo Calò è uno dei momenti piú avvincenti dell’intero dibattimento. L’episodio della morte di Giannuzzo La Licata è stato un punto decisamente a favore della credibilità di Buscetta e a netto discapito di Pippo Calò, il quale, durante la schermaglia verbale, si è fatto intrappolare dal suo amico di un tempo, senza quasi rendersene conto. Per la trascrizione integrale del confronto si veda: Corte d’Assise di Palermo, I sezione, 10 aprile 1986, Processo verbale di continuazione del dibattimento, mentre un riassunto del risultato del confronto si può leggere: B. Stancanelli, La vendetta del padrino, in «L’Ora», 11 aprile 1986, p. iv.
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Tav. 241 La «primula rossa di Corleone», al secolo Luciano Leggio (ma a tut- ti noto come Liggio) è stato catturato il 16 maggio 1974, a Milano, quindi all’epoca del maxiprocesso era detenuto ormai da dodici anni e scontava la pena dell’ergastolo. Tuttavia i giudici istruttori lo indicavano ancora come il capo della cosca di Corleone e ritenevano che gestisse gli affari della sua famiglia mafiosa dal carcere, ma questo fu un capo di imputazione da cui, alla fine del maxiprocesso, venne assolto. Il 9 aprile 1986 Liggio chiese di essere interrogato e messo a confronto con Buscetta (da quanto ho potuto ricostruire, però, il confronto non avvenne). Il 15 aprile 1986 durante un’udienza del processo d’appello per l’assassinio del giudice Terranova (udienza nella quale la Corte di Reggio Calabria si era trasferita a Palermo, nell’aula bunker), vennero interrogati sia Liggio, sia Buscetta e il boss corleonese con un frasario colorito fece intendere di avere alcune rivelazioni da fare che avrebbero minato la credibilità di Buscetta. Le rivelazioni in questione verranno fatte da Liggio il 23 maggio 1986 durante il maxiprocesso e riguardavano il cosiddetto «golpe Borghese». Il colpo di scena non sortí l’effetto sperato da Liggio perché Buscetta, in fase istruttoria, aveva già parlato del progetto di golpe ma le sue dichiarazioni erano state secretate, come ricorda anche Falcone in un articolo di qualche anno dopo, G. Bianconi, Falcone: ecco perché Orlando sbaglia, «La Stampa», 6 settembre 1991, p. 9: Bisognerebbe ricordare che grazie ad altri omissis apposti alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, Liggio confermò nell’aula del primo maxiprocesso la partecipazione della mafia al progetto del golpe Borghese, proprio perché ignorava che Buscetta ne aveva già parlato. Un resoconto della dichiarazione di Liggio si può leggere in: A. Madeo, Come ieri Liggio s’è incastrato di brutto con le proprie mani, in «L’Ora», 24 maggio 1986, p. 16; G. Crapanzano, «Sommate delitti come broccoli: sono ricco perché sono bravo», in «L’Ora», 24 maggio 1986, p. 17.
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Tavv. 242-243 L’arresto di Antonino Calderone viene raccontato da lui stesso in: P. Arlacchi, Gli uomini del disonore cit., pp. 295-98. Si veda anche: N. Amante, Arre- stato Calderone amico dei «perdenti», in «L’Ora», 10 maggio 1986, p. 9.
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Tav. 244 Le indagini trattate nel secondo maxiprocesso sono riassunte in: P. Melati, Un altro velo tolto ai «misteri», in «L’Ora», 4 agosto 1986, p. 13, e P. Melati, I tre filoni del maxi-bis, in «L’Ora», 12 agosto 1986, p. 3. Si veda anche: P. Melati, Processone, secondo atto, in «L’Ora», 18 agosto 1986, p. 2, per avere un riferimento preciso sulla data in cui venne depositata l’istruttoria. Le notizie circa la candidatura di Paolo Borsellino a procuratore della Repubblica di Marsala si possono leggere in: P. Melati, Il Csm riapre il «caso Sicilia», in «L’Ora», 8 maggio 1986, p. 9; Marsala, il giudice Borsellino sarà il nuovo procuratore, in «L’Ora», 20 maggio 1986, p. 8; A. Spampinato, I «casi» Marsala e Trapani all’esame del Csm, in«L’Ora», 21 maggio 1986, p. 10, e dello stesso autore Borsellino nuovo procuratore a Marsala, in «L’Ora», 23 maggio 1986, p. 11. Vincenzo Geraci in persona parla del suo sostegno alla candidatura di Borsellino in: Rossi, I disarmati cit., p. 304, dove dichiara: «Ho fatto il regista dell’operazione e ho convinto gli altri, al Csm. Se non ci fossi stato, Borsellino non avrebbe avuto alcuna chance».
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Tav. 245 La scena della festa per la nomina di Borsellino a procuratore di Marsala è sono tratta da alcune foto pubblicate in: Caponnetto, I miei giorni a Palermo cit., p. 2 e: Zingales, Paolo Borsellino cit. p. 59.
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Tav. 246 Per quanto riguarda il matrimonio civile di Giovanni Falcone e Fran- cesca Morvillo, si veda: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., pp. 93-94, e anche: Stille, Nella terra degli infedeli cit., pp. 228-29. Il matrimonio si svolse in modo riservato ed estemporaneo, tanto che, a quanto mi è stato detto, non vennero scattate neanche le foto di rito. Alcune notizie sulla cerimonia mi sono state raccontate da Maria Falcone, Leoluca Orlando e Giuseppe Ayala.
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Tav. 247 Sull’esito Chinnici in Cassazione del primo processo per la strage di via Pipitone Federico si veda: A. Spampinato, Che bel regalo, don Michele!, in «L’Ora», 3 giugno 1986, p. 3. Una lunga parte degli interrogatori di Michele Greco e Ignazio Salvo al maxiprocesso si può vedere in: Gambescia, Passalacqua e Vergine, Processo alla mafia cit. Si veda anche: G. Crapanzano, «Sono contro la violenza», in «L’Ora», 11 giugno 1986, p. 15, e dello stesso autore, Salvo: sí, sono sceso a patti con la mafia, in «L’Ora», 21 giugno 1986, pp. 14-15.
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Tav. 248 Le notizie sull’udienza del maxiprocesso, svoltasi a Roma, a parte chiuse, e in cui deposero Spadolini, Rognoni e Andreotti le ho tratte da: Maxiprocesso: da domani la Corte a Roma, in «L’Ora», 10 novembre 1986, p. 10; A. Spampinato, Spadolini resta nel vago, in «L’Ora», 11 novembre 1986, p. 11; A. Spampinato, «Andreotti dice il falso!», in «L’Ora», 12 novembre 1986, p. 13; A. Spampinato, Faccia a faccia con Nando Dalla Chiesa? Decide la Corte, in «L’Ora», 13 novembre 1986, p. 3. Sul diario di Dalla Chiesa si veda anche: Dalla Chiesa, Delitto imperfetto cit., pp. 56-61.
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Tav. 249 La crisi nervosa di Antonino Calderone viene raccontata da lui stesso in: P. Arlacchi, Gli uomini del disonore cit., p. 298.
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Tavv. 250-253 Il gruppo di sostituti che lavorava a Marsala con Borsellino viene rievocato in: Lucentini, Paolo Borsellino cit., pp. 16-18.Il brano riportato in queste pagine è una lunga citazione del famosissimo articolo di Leonardo Sciascia: I professionisti dell’antimafia, in «Corriere della Sera», 10 gennaio 1987, p. 3. L’articolo di Sciascia scatenò fin da subito una polemica molto vivace ripresa dalla stampa nazionale. Per avere un’idea del dibattito si può, ad esempio, fare un breve excursus sulle pagine de «L’Ora» di gennaio: Sciascia: «c’è chi trae profitto dalla lotta contro la mafia», in «L’Ora», 10 gennaio 1987, p. 3; Dure reazioni alle accuse di Sciascia, in «L’Ora», 12 gennaio 1987, p. 5; P. Melati, Polemiche su Sciascia: imbaraz- zo e accuse al coordinamento antimafia, in «L’Ora», 13 gennaio 1987, p. 10; P. Melati, Una cascata di parole, in «L’Ora», 14 gennaio 1987, p. 11; A ciascuno il suo Sciascia, in «L’Ora», 15 gennaio 1987, p. 9; Affaire Sciascia sempre in prima pagina e domani confe- renza del Pci sulla mafia, in «L’Ora», 16 gennaio 1987, p. 11; I giudici: «Caro Sciascia, altro che carriera, qui si rischia la pelle», in «L’Ora», 17 gennaio 1987, p. 9; P. Melati, Uno «statuto» per i pentiti, in «L’Ora», 19 gennaio 1987, p. 8, e la notizia sembra perdere di slancio solo in seguito alla morte di Guttuso, il 18 gennaio. Il dibattito però è ancora oggi acceso con convinti sostenitori schierati a favore di entrambe le parti.
Sciascia e Borsellino, invece, chiarirono di persona la vicenda e restarono in rapporti buoni anche se formali, come si può dedurre da un breve carteggio fra i due pubblicato in: Zingales, Paolo Borsellino cit., pp. 107-11.
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Tav. 254 L’incontro fra Calderone, Falcone e Antonio Manganelli, viene raccontato dal collaboratore di giustizia in: Arlacchi, Gli uomini del disonore cit., pp. 302-3.
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Tav. 255 La notizia che Caponnetto avrebbe lasciato il posto di consigliere istruttore, anche per il sopraggiungere dei limiti di età, viene riportata in: G. Crapanzano, «Rivoluzione» a Palazzo di Giustizia, in «L’Ora», 11 dicembre 1986, p. 3.
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Tavv. 256-259 Sulla conclusione del dibattimento, nonché l’ultimo intervento di Michele Greco prima che la Corte si ritirasse in camera di consiglio e la lettura della sentenza, si veda: Gambescia, Passalacqua e Vergine, Processo alla mafia cit. Per un elenco degli imputati e delle relative sentenza di primo grado si veda: M. Lombardo, Giudice popolare al maxiprocesso, Ila Palma, Palermo-São Paulo 1988, pp. 159-67. Si veda inoltre: Stille, Nella terra degli infedeli cit., pp. 248-49.
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Tav. 260 La copertina del Time dedicata a Gorbačëv è: Man of the year. The education of Mikhail Sergeyevich Gorbachev, in «Time», 4 gennaio 1988. Il testo del trattato cosiddetto INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) stipulato fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si può leggere su: http://www.state.gov/www/ global/arms/treaties/inf2.html, mentre per quanto riguarda lo scambio di note fra Giu- lio Andreotti, allora ministro degli Esteri, e l’ambasciatore sovietico Nikolai Lunkov, si veda: Comiso, cosí i controlli Urss, in «L’Ora», 30 dicembre 1987, p. 4. La dichiarazione di Rudolph Giuliani è tratta da: J. Cappelli, Un messaggio da New York: bravissimi questi giudici, in «L’Ora», 18 dicembre 1987, p. 5. Le prime avvisaglie del testa a testa fra Falcone e Meli per la carica di consigliere istruttore si possono leggere in: A. Spampinato, Csm diviso sulla nomina all’Ufficio Istruzione, in «L’Ora», 16 dicembre 1987, p. 21, e cioè fin dal giorno della conclusione del maxiprocesso e anche in: Falcone o Meli? Si decide al Csm, in «L’Ora», 21 di- cembre 1987, p. 2.
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Tav. 262 Sull’omicidio di Natale Mondo si veda: S. Tito, Crivellato con dieci col- pi di 38, in «L’Ora», 15 gennaio 1988, p. 2 e G. Crapanzano, Forse custodiva segreti «scottanti», in «L’Ora», 15 gennaio 1988, p. 3. La vicenda di Natale Mondo è particolarmente delicata, visto che fu un collaboratore fidato di Cassarà fin dai tempi di Trapani (Era l’ombra di Cassarà, in «L’Ora», 11 ottobre 1985, p. 5; Inventò lui la «scorta spontanea», in «la Repubblica», 12 ottobre 1985, p. 15), ma, come ho scritto sopra, è stato anche uno degli agenti presenti all’in- rrogatorio in cui morí Salvatore Marino. Inoltre, pochi mesi dopo la strage di viale Croce Rossa in cui vennero uccisi Cassarà e Antiochia, si ritenne di identificare in Natale Mondo la «talpa» nella Squadra mobile e a questo proposito si veda: B. Stancanelli, Il boss chiama e il poliziotto risponde, in «L’Ora», 11 ottobre 1985, p. 5; S. Tito, «Non posso crederci, mi sembra terribile», in «L’Ora», 11 ottobre 1985, p. 5; Nei libri-paga della mafia anche poliziotti, in «L’Ora», 11 ottobre 1985, p. 5; B. Stancanelli, Chi sa parli (e subito), in «L’Ora», 12 ottobre 1985, p. 3; N. Lombardozzi, A Palazzo di Giustizia la parola d’ordine è: cautela, in «L’Ora», 12 ottobre 1985, p. 3. Laura Cassarà, però, non diede adito a questa ipotesi (e infatti partecipò anche ai funerali di Mondo) e anzi rovesciò la situazione dicendo che Mondo non era un informatore della mafia ma, a quanto le aveva confidato il marito, un infiltrato nella mafia. Nel 1989 Marino Mannoia, durante il suo primo giorno di interrogatorio, rispose a una domanda di Falcone dichiarando: «Mondo Natale era uno di quelli che faceva filtrare le notizie ma di questo parlerò meglio in seguito» e poi, a pochi giorni di distanza, aggiunse: Per quanto riguarda, in particolare, il Mondo, non posso che ribadire che, secondo quanto mi disse Agostino [Marino Mannoia], era stato quest’ultimo a infor- marli della partenza di Cassarà dalla questura; ciò trova conferma, a mio parere, nel fatto che sia sopravvissuto all’attentato cui invece trovano morte il dr. Cassarà e l’altro agente; infatti non si spiegherebbe altrimenti – e non è nei costumi di Cosa Nostra – di nemmeno tentare di eliminarlo insieme con gli altri. Osservo, però, che in effetti dall’attentato a Cassarà all’effettiva uccisione del Mondo, passarono alcuni anni per cui delle due l’una: o questa notizia della connivenza di Mondo con la mafia riferita da Agostino non è esatta, oppure dopo l’attentato il Mondo si mise in disparte per cui si ritenne di risparmiarlo per un certo periodo. Se la notizia che Mondo era la «talpa» era falsa, aggiunge Mannoia, allora proba- bilmente era stata diffusa ad arte per coprire l’identità del vero infiltrato che a questo punto doveva essere un membro della polizia molto piú importante di lui. Gaspare Mutolo, davanti alla Commissione antimafia, sotto la presidenza di Luciano Violante, il 9 novembre 1992, ha escluso che Natale Mondo fosse un informatore della mafia e, anzi, ha aggiunto che il motivo della sua eliminazione era legato al suo ottimo lavoro di investigatore (Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia, XI legislatura, Audizione del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, martedí 9 febbraio 1993, pp. 1280-81). Lo scrittore Luca Rossi mi ha raccontato che sull’identità della «talpa» Falcone, invece, nutriva dei dubbi proprio su Natale Mondo e a giustificazione di questo suo sospetto citava due particolari dell’agguato di viale Croce Rossa. Il primo era che i mafiosi avessero bloccato l’ingresso al viale interno del condominio con una vettura, un comportamento che a Falcone appariva insolito per un agguato «mordi e fuggi» e che interpretava piú che altro come un tentativo di fornire un alibi all’unico superstite nel caso in cui avesse dovuto giustificare un mancato inseguimento. Il secondo, forse piú rilevante, riguarda il comportamento di Mondo durante l’agguato. In una sparatoria di una decina di secondi in cui i cecchini sono nascosti, infatti, deve essere molto difficile rendersi immediatamente conto da dove provengano i colpi. E in una situazione di incertezza l’interno di un’auto blindata è il luogo piú sicuro dove restare. Secondo Falcone il fatto che Mondo, sotto una pioggia di proiettili, aprí la portiera per scendere e infilarsi sotto la vettura, evidenziava la consapevolezza di trovarsi proprio nella linea di fuoco e dunque di essere a rischio, anche dentro la blindata, il che deve quindi logicamente presupporre che Mondo sapesse dove erano appostati i killer. Natale Mondo, comunque, è stato scagionato dall’accusa di essere un informatore dei mafiosi ed è stato ucciso prima dell’inizio del processo sulla morte di Salvatore Marino. Si veda anche: Mondo, il giudice accusa, in «L’Ora», 27 luglio 1988, p. 12, un articolo in cui viene riportata la tesi investigativa del giudice Di Pisa secondo la quale Mondo venne ucciso perché il suo negozio di giocattoli Il mondo dei balocchi continuava a essere utilizzato dagli agenti della sezione investigativa come «base operativa per indagini delicatissime»; G. Lo Bianco, Chiusa l’inchiesta Cassarà. La talpa era in divisa, in «L’Ora», 30 gennaio 1991, p. 28; Attimo per attimo l’agguato a Cassarà, in «L’Ora», 31 gennaio 1991, p. 13; S. Rizza, «La cupola? Basta con la solita favola», in «L’Ora», 31 gennaio 1991, p. 13; Mondo, durante i suoi ultimi mesi di vita, era tornato a fare il poliziotto a Trapani (A. Bolzoni, Dieci revolverate, tutte alle spalle, in «la Repubblica», 15 gennaio 1988, p. 3). La vicenda di Natale Mondo, infine, è il sottofondo che attraversa tutto il libro di Luca Rossi: I disarmati cit.
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Tavv. 263-265 Il plenum del Csm nel gennaio del 1988 era composto da 29 membri oltre al vicepresidente Cesare Mirabelli (si veda: http://www.csm.it/pages/1986-1990. html, tenendo però presente che, al contrario di quanto riportato sul sito del Csm, il professor Silvano Tosi era morto il 20 agosto 1987). La votazione si concluse con 10 voti contro la proposta della Commissione, 14 a favore, 4 astensioni e un voto non espresso, cioè quello del primo presidente della Cassazione Antonio Brancaccio che, dopo aver annunciato durante il suo intervento che si sarebbe astenuto, lasciò la riunione prima della votazione conclusiva. L’audio integrale della seduta si può consultare su:
http://www.radioradicale.it/scheda/30482/30509-consiglio-superiore-della-magistratura-plenum, mentre una trascrizione quasi completa si può consultare su: http:// fuorilamafiadallostato.wordpress.com/pagine-di-storia-documenti-recuperati-e-da-re- cuperare-nella-memoria/il-c-s-m-del-19-1-1988/#dl. Si veda anche: Martinelli, Falcone dieci anni dopo cit., pp. 89-94. Antonino Caponnetto parla della seduta del plenum del Csm in: Caponnetto, I miei giorni a Palermo cit., pp. 88-90, dove ricorda anche che Falcone gli regalò il foglio su cui aveva annotato, man mano che la seduta andava avanti, i nomi dei favorevoli e dei contrari: «In quest’appunto c’è la traccia di tutto il travaglio sofferto quella notte: nomi cancellati, nomi riproposti, nomi spostati da una parte all’altra. [...] In fondo gli spostamenti decisivi sono stati solo due» e Caponnetto ribadisce il medesimo concetto in un’intervista a Gianni Minà durante la trasmissione Storie, nel maggio 1996, senza però citare esplicitamente i nomi anche se sembra scontato che uno dei due fosse quello di Vincenzo Geraci. Geraci, a ridosso della riunione del plenum, spiegò le motivazioni del suo voto in: A. Spampinato, Perché ho votato contro Falcone, in «L’Ora», 29 gennaio 1988, p. 11, mentre un’interessante intervista in cui espone il suo punto di vista sulla vicenda e piú in generale sul suo periodo di lavoro a Palermo la si può trovare in: Rossi, I disar- mati cit., pp. 302-15. Fra gli articoli che hanno trattato la notizia della mancata nomina di Falcone, si veda: O. Barrese, Falcone o Meli? Il drammatico dibattito al Csm, in «L’Ora», 20 gennaio 1988, pp. 16-17; Tensione «vestita» da distensione, in «L’Ora», 20 gennaio 1988, p. 16; Falcone: no, non me ne vado, in «L’Ora», 20 gennaio 1988, p. 17; A. Spampinato, «Ecco perché tanta amarezza», in «L’Ora», 21 gennaio 1988, p. 15; F. Vitale, Tira vento di polemica, in «L’Ora», 21 gennaio 1988, p. 25. Si veda anche: Stille, Nella terra degli infedeli cit., pp. 251-67, e La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., pp. 97-101.
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Tavv. 266-267 Si veda: F. Vitale, Il dossier 1817, in «L’Ora», 5 agosto 1988, p. 11; A. Caponnetto, I miei giorni a Palermo cit., pp. 25-26; Bartoccelli, Mirto e Pomar, C’era in Sicilia un magistrato che... cit.; Rossi, I disarmati cit., p. 271 e p. 284.
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Tav. 268 Alcuni cenni sulla carriera di Antonino Meli si possono leggere in: Me- li, tra sentenze e polemiche, in «L’Ora», 20 gennaio 1988, p. 16. Si veda inoltre: Stille, Nella terra degli infedeli cit., p. 281, e anche: Rossi, I disarmati cit., pp. 279-99, dove si può leggere una lunga intervista in cui Antonino Meli commenta alcuni momenti salienti del suo incarico all’Ufficio Istruzione di Palermo e delle polemiche che accompagnarono il suo lavoro.
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Tav. 269 Paolo Borsellino espresse pubblicamente per la prima volta le sue opinioni sul deterioramento del lavoro del pool antimafia il 18 luglio 1988, durante la presentazione del libro: G. Arnone (a cura di), La mafia di Agrigento. Gli atti del processo di Villaseta: i boss, gli insospettabili, i politici, gli imprenditori, Pellegrini, Cosenza 1988 (S. Tito, «Siamo in un clima di smobilitazione generale», in «L’Ora», 19 luglio 1988, p. 8, e Lucentini, Paolo Borsellino cit., p. 159). Pochi giorni dopo rilasciò due interviste su cui si basa il testo di questa tavola: A. Bolzoni, «Lo Stato si è arreso. Del pool antimafia sono rimaste macerie», in «la Repubblica», 20 luglio 1988, p. 20; S. Lodato, «Vogliono smantellare il pool antimafia», in «l’Unità», 20 luglio 1988, p. 6.
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Tavv. 270-272 Per una ricostruzione degli avvenimenti raccontati in queste pagi- ne, si veda: S. Tito, Meli, rapporto al Csm, in «L’Ora», 27 luglio 1988, p. 11; G. Goria, La bomba Cossiga scuote il parlamento, in «L’Ora», 27 luglio 1988, p. 11; «La posta è troppo grossa, la polemica non è personale», in «L’Ora», 27 luglio 1988, p. 11; G. Go- ria, I giudici al Csm. Il primo è Meli, in «L’Ora», 30 luglio 1988, p. 10, L’ultima parola a Falcone, in «L’Ora», 1° agosto 1988, p. 12, Csm, accordo difficile, in «L’Ora», 2 agosto 1988, p. 12, e sempre dello stesso autore: Ha vinto la linea Meli, in «L’Ora», 3 agosto 1988, p. 12; Ecco il documento della discordia, in «L’Ora», 3 agosto 1988, p. 12. Le audizioni di Meli, Borsellino e Falcone si possono leggere in: R. Martinelli (a cura di), Falcone dieci anni dopo cit., pp. 98-122, e alle pagine 95-97 dello stesso libro, viene riportata la lettera di dimissioni di Falcone.
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Tavv. 273-277 In realtà fu Ignazio De Francisci a dichiarare che Falcone si trovava nelle stesse condizioni di isolamento del prefetto Dalla Chiesa. Il concetto venne espresso letteralmente in: F. Vitale, «La partita è persa», in «L’Ora», 3 agosto 1988, p. 13. Falcone, invece, accostò la sua situazione di isolamento a quella vissuta da Dalla Chiesa, circa un anno dopo, a seguito del fallito attentato dell’Addaura, in un’intervista rilasciata il 10 luglio 1989 a «l’Unità»: S. Lodato, Nella villa sul mare di Falcone, il cui sottotitolo recita appunto: «Stesso copione, sono solo come Dalla Chiesa». Le notizie su Domenico Sica e Mario Mori le ho tratte da: C. F., Sica, si decide, in «L’Ora», 5 agosto 1988, p. 10; S. Tito, Sica, primo vertice, in «L’Ora», 8 agosto 1988, p. 13; Il colonnello di ferro che non ama la ribalta, in «L’Ora», 10 agosto 1988, p. 13. Per ricostruire l’evolversi dell’intricato conflitto fra i membri «storici» del pool antimafia e Antonino Meli, mi sono basato principalmente su articoli di giornale, fra i quali: G. Goria, Ha vinto la linea Meli, in «L’Ora», 3 agosto 1988, p. 12; F. Vitale, E Falcone se ne va, in «L’Ora», 4 agosto 1988, p. 11; G. Goria, I super giudici a rap- porto da Cossiga, in «L’Ora», 4 agosto 1988, p. 11, e dello stesso autore: Il «caso» re- sta aperto, in «L’Ora», 5 agosto 1988, p. 10; Meli-Falcone, tutta la verità, in «L’Ora», 8 agosto 1988, pp. 12-13; Una «bomba» su Meli, in «L’Ora», 10 settembre 1988, pp. 10-11; A. Spampinato, Csm, si cerca un accordo, in «L’Ora», 12 settembre 1988, p. 13, e dello stesso autore: All’alba proposta d’accordo, in «L’Ora», 14 settembre 1988, p. 11, e anche Il Csm: alt alla lotta, in «L’Ora», 15 settembre 1988, p. 10; F. Vitale, Buon lavoro Falcone, in «L’Ora», 15 settembre 1988, p. 11, e dello stesso autore: Falcone resta. Il pool non molla, in «L’Ora», 21 settembre 1988, p. 10; F. Vitale, «Po- ol: di nuovo bufera, in «L’Ora», 31 ottobre 1988, p. 9; S. Rizza, Di Lello: le indagini che vanno in frantumi, in «L’Ora», 31 ottobre 1988, p. 9; «Dottor Meli, ci dica...», in «L’Ora», 4 novembre 1988, p. 10; F. Vitale, Scontro sui «cavalieri», in «L’Ora», 7 novembre 1988, p. 7; G. Calaciura, Giustizia in frantumi, in «L’Ora», 8 novembre 1988, p. 12; A tu per tu col cavaliere, in «L’Ora», 9 novembre 1988, p. 11; Le lettere Meli- pool. Qualcuno sta mentendo, in «L’Ora», 9 novembre 1988, p. 11; F. Vitale, Ecco il testo della lettera, in «L’Ora», 23 novembre 1988, pp. 14-15, e dello stesso autore: F. Vitale, Meli gelido: parliamo, in «L’Ora», 24 novembre 1988, p. 13; La norma, la realtà, in «L’Ora», 24 novembre 1988, p. 13; G. Calaciura, Maxi-incubo, in «L’Ora», 26 novembre 1988, p. 13. Gli ultimi momenti di vita del pool antimafia vengono descritti in: Calderone dimenticato, in «L’Ora», 18 gennaio 1989, p. 13 e negli articoli di Sandra Rizza: Il rebus Costanzo, in «L’Ora», 29 dicembre 1988, p. 13; Pajno: finale amaro, in «L’Ora», 29 dicembre 1988, p. 15; Pool in frantumi. Ora tocca a Meli, in «L’Ora», 2 gennaio 1989, p. 8; «Non lascio il pool», in «L’Ora», 5 gennaio 1989, p. 13; Pool, pace infranta, in «L’Ora», 24 gennaio 1989, p. 11; E Meli si fa in tre, in «L’Ora», 31 gennaio 1989, p. 14. L’omicidio di Antonino Saetta e di suo figlio Stefano viene raccontato in: L. Granata, Agguato a mezzanotte, in «L’Ora», 26 settembre 1988, p. 2; Uomo schivo col senso dello Stato, in «L’Ora», 26 settembre 1988, p. 2; U. Rosso, Delitto-avvertimento, in «L’Ora», 26 settembre 1988, p. 3. Sulla vita del giudice Saetta si veda anche: C. Sciascia Cannizzaro, Antonino Saetta. Il primo magistrato giudicante assassinato dalla mafia, Paoline, Milano 2008. La dichiarazione di Rudolph Giuliani viene riportata in: «Falcone è un eroe», parola di Giuliani, in «L’Ora», 19 gennaio 1989.
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Tav. 278 L’intervista rilasciata da Andreotti a Enzo Biagi viene riportata in: A. Spampinato, Senza pudore. Andreotti osanna Lima, in «L’Ora», 4 gennaio 1989, p. 1; S. Rizza, E bravo Andreotti che elogia Lima e Michele Sindona, in «L’Ora», 4 gennaio 1989, p. 11.
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Tav. 279 L’interrogatorio di Oliviero Tognoli è stato uno degli elementi processuali nel lungo processo a carico di Bruno Contrada e le versioni rese dai testimoni presenti all’interrogatorio differiscono in piú particolari. L’argomento è stato trattato in: Tribunale di Palermo, V sezione penale, 5 aprile 1996, Contrada cit., capitolo IV, paragrafo 9, e per un quadro piú completo sul caso Contrada si vedano anche i due processi di appello (4 maggio 2001 e 25 febbraio 2006), nonché le due sentenze della Corte di Cassazione (12 dicembre 2002 e 10 maggio 2007). L’interrogatorio di Tognoli, in particolare, viene analizzato anche in: S. Giorgio, casocontrada.blogspot. com/2007/05/il-sorriso-di-oliviero-tognoli.html.
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Tavv. 280-281 La notizia dell’arresto di Vincenzo Puccio viene riportata in: A. Macaluso, Arrestato il killer Puccio, in «L’Ora», 13 ottobre 1986, p. 11. La ricostruzione dell’omicidio di Puccio si basa su: A. Di Giovanni, Sequestrato un boss, in «L’Ora», 22 aprile 1989, p. 13; G. Crapanzano, Finisce nel sangue la storia del clan dei Puccio, in «L’Ora», 11 maggio 1989; G. Lo Bianco, Puccio, «dolce morte», in «L’Ora», 17 luglio 1990, p. 10. La celebre foto in cui un anonimo studente cinese bloccò una fila di carri armati durante la protesta di piazza Tien An Men è stata scattata il 5 giugno 1989 ed essendo un’immagine simbolo dell’intera rivolta, ho scelto di utilizzarla nonostante l’omicidio di Puccio avvenga due mesi prima. La ripresa delle ostilità mafiose, specialmente nella zona di Bagheria, viene raccontata in: G. Lo Bianco, C’è l’ombra del Padrino, in «L’Ora»,13 maggio 1989, p. 11; F. Vitale e G. Lo Bianco, Falcone spiega la «guerra», in «L’Ora», 19 maggio 1989, p. 9. Circa il sorprendente arresto di Contorno si veda: M. Farinella, Vendette di mafia, in «L’Ora», 27 maggio 1989, p. 1; Gli ultimi omicidi, in «L’Ora», 27 maggio 1989, p. 11; A. Di Giovanni, La vendetta, in «L’Ora», 27 maggio 1989, p. 11, e dello stesso autore: Nel triangolo della morte non fu Contorno a sparare, in «L’Ora», 14 dicembre 1989, p. 13 (dove si specifica che le armi trovate in possesso di Contorno non avevano mai sparato); G. Lo Bianco, Caccia ai riscontri, in «L’Ora», 29 maggio 1989; F. Vitale, Ora cercano Buscetta, in «L’Ora», 27 maggio 1989, p. 13, e dello stesso autore: Cosí hanno trovato le armi, in «L’Ora», 2 giugno 1989, e anche: Contorno preso per errore, in «L’Ora», 8 giugno 1989, p. 11.
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Tavv. 282-283 L’attentato all’Addaura è uno degli episodi di quegli anni su cui risulta piú difficile fare luce. È piuttosto complicato riuscire a stabilire con precisione la dinamica dell’attentato, e in particolare il posizionamento della borsa contenente l’esplosivo, anche perché le indagini al riguardo sono di nuovo aperte e lungi dall’essere concluse. Ulteriori risultanze investigative potrebbero quindi modificare la rico- struzione della vicenda. Una delle informazioni certe è l’invito di andare all’Addaura per fare un bagno che Falcone rivolse la mattina del 19 giugno alla delegazione svizzera che lo aveva raggiunto in ufficio, a Palermo, per svolgere alcuni interrogatori, fra cui quello di Leonardo Greco, il quale era coinvolto nell’inchiesta «Pizza Connection». Nel momento in cui Falcone rivolgeva l’invito ai suoi colleghi, oltre ai membri della delegazione elvetica, erano presenti l’allora tenente Giuseppe De Donno, il vice questore Speranza e il capitano Igna- zio Gibilaro che erano stati invitati dallo stesso Falcone a ricevere con lui gli svizzeri e anche l’ispettore Luigi Siracusa che aveva portato la delegazione in ufficio. L’invito venne reiterato da Falcone in almeno altre due occasioni (si veda: L. Tescaroli, I misteri dell’Addaura... ma fu solo Cosa Nostra?, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, pp. 184-99). Sull’attentato all’Addaura si può consultare la sentenza: Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta, 8 marzo 2003, Riina + 6, capitolo III, parte I e II, e la sentenza della Corte di Cassazione del 6 maggio 2004 (depositata il 19 ottobre 2004). Nello scrivere queste pagine mi sono state di aiuto alcune conversazioni con Attilio Bolzoni e molti dei suoi articoli sull’argomento, primo su tutti: Addaura, nuova verità sull’attentato a Falcone, in «la Repubblica», 7 maggio 2010, p. 28, e inoltre: Falcone e Borsellino, inchieste riaperte caccia a un agente segreto sfregiato, in «la Repubblica», 17 luglio 2009, p. 1; Solo un poliziotto cerca la verità, in «la Repubblica», 24 maggio 2010, p. 14; Mafia, inchiesta sui servizi caccia alle spie infedeli che favorirono le stragi, in «la Repubblica», 25 maggio 2010, p. 13. Come si può evincere anche solo leggendo i titoli, gli articoli accreditano una ricostruzione dell’attentato tesa ad accertare anche eventuali responsabilità che vadano oltre Cosa Nostra, coinvolgendo non meglio identificati uomini dei servizi segreti, siano essi «deviati» (come si è soliti definirli con un’abusata locuzione) o meno (ma in realtà di servizi segreti si è parlato fin da subito dopo l’attentato: A. Spampinato, L’ombra dei servizi, in «L’Ora», 14 luglio 1989). Ho trovato molto importante anche l’articolo: G. Bianconi, «Il tuffo con il telecomando, ecco perché fallí l’attentato all’Addaura», in «Corriere della Sera», 16 maggio 2010, p. 19 (si veda anche: Il pentito Fontana torna all’Addaura con la Dia, in «la Repubblica», 8 luglio 2010, p. 7). Da anni circola voce che all’Addaura fossero presenti anche Antonino Agostino ed Emanuele Piazza e all’inizio qualcuno insinuava persino che fossero stati proprio loro a sistemare l’esplosivo sugli scogli. Recentemente la situazione si è diametralmente ribaltata e ora alcuni ipotizzano che Agostino e Piazza abbiano addirittura contribuito a sventare l’attentato (e questa è stata un’ipotesi proposta per primo proprio da Bolzoni). Finora, però, non è stato neanche dimostrato che Agostino e Piazza si conoscessero. Infine, all’inizio del 2011, un esame del Dna condotto sugli oggetti recuperati sul luogo dell’attentato, non ha evidenziato traccia del Dna di Agostino o di Piazza (si veda: S. Palazzolo, Attentato a Falcone, il Dna scagiona il poliziotto e lo 007, in «la Re- pubblica», 4 gennaio 2011, p. 15).
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Tav. 284 La descrizione del ritrovamento della borsa con l’esplosivo si può leg- gere in: Tescaroli, I misteri dell’Addaura... ma fu solo Cosa Nostra? cit., pp. 163-81. Si vedano inoltre: Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta, 8 marzo 2003, Riina + 6 cit., e gli articoli di A. Di Giovanni: Falcone, bombe e paura, in «L’Ora», 21 giugno 1989, p. 14; La morte sul filo, in «L’Ora», 22 giugno 1989, p. 14; Pista nera per Falco- ne, in «L’Ora», 24 giugno 1989, p. 11, e anche: F. Vitale, Era strage, in «L’Ora», 22 giugno 1989, p. 11. Sul delicato ruolo dell’artificiere dei Carabinieri Francesco Tumi- no, oltre al citato Tescaroli, I misteri dell’Addaura... ma fu solo Cosa Nostra? cit., pp. 135-53, si può consultare anche l’articolo: S. Parlagreco, Attentato dell’Addaura, prologo delle stragi. Mistero fitto, due agenti sub e un misterioso poliziotto. Perché fecero saltare l’ordigno? Un misterioso poliziotto portò via i reperti?, in «Sicilia Informazioni.com», 20 marzo 2010, reperibile all’indirizzo http://www.siciliainformazioni.com/giornale/ misteri/84238/41attentato-delladdaura-prologo-delle-stragi-mistero-fitto-agenti-miste- rioso-poliziotto-perch-fecero-saltare-lordigno-misterioso-poliziotto-port-reperti.htm.
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Tavv. 285-287 Nel servizio televisivo: De Palma e Rizzelli, Anomalia palermitana cit., si possono vedere immagini della villa all’Addaura presa in affitto da Falcone e da Francesca Morvillo e ascoltare alcune considerazioni di Francesco La Licata sull’attentato. In particolare La Licata ricorda che Falcone pretese che la Morvillo tornasse a Palermo a dormire. Le lettere a cui si fa riferimento in queste pagine sono alcune missive scritte dal cosiddetto «Corvo» di Palermo, un anonimo (o piú autori anonimi). Per quanto mi è stato possibile ricostruire, le lettere in totale furono cinque, quattro delle quali indirizzate all’alto commissario per la lotta alla mafia, Domenico Sica e un’altra spedita sia al dirigente del Pci, Achille Occhetto, sia al giornalista Gianpaolo Pansa. La prima lettera venne spedita il 5 giugno 1989 (si veda: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., p. 110; Stille, Nella terra degli infedeli cit., pp. 324-34; Veleni contro Falcone, in «L’Ora», 19 luglio 1989; L. Violante, Alla vigilia della verità, in «L’Ora», 20 luglio 1989; G. Lo Bianco, Anonimo, non troppo, in «L’Ora», 20 luglio 1989). Le riflessioni di Falcone in queste pagine si basano su diverse fonti. Alcune considerazioni di Falcone sul contesto dell’attentato vengono riportate in: Galluzzo, Nica- stro e Vasile, Obiettivo Falcone cit., pp. 295-307. L’ipotesi di Falcone che la morte di Salvatore Marino fosse legata a doppio filo all’omicidio di Cassarà è stata riferita dallo stesso Falcone a Francesco La Licata che l’ha riportata in: Storia di Giovanni Falcone cit., p. 109. Di particolare rilievo è l’intervista rilasciata da Falcone a Saverio Loda- to: Nella villa sul mare di Falcone, in «l’Unità», 10 luglio 1989, p. 8, in cui il giudice parla di «menti raffinatissime» dietro il suo attentato, una definizione significativa e che da quel momento in poi godrà di notevole diffusione. Un’altra intervista di fondamentale importanza per ricostruire in modo tutto sommato preciso l’idea che Falcone si era fatto sull’attentato, fin dalle prime ore è: P. Graldi, Falcone racconta l’attentato, in «Corriere della Sera», 23 giugno 1989, p. 1, dove il giudice parla esplicitamente di riciclaggio di denaro sporco (presumibilmente in Svizzera e in relazione all’inchiesta «Pizza Connection») come uno dei moventi. Lo stesso Falcone rese due deposizioni sull’attentato all’Addaura in cui espresse alcune sue convinzioni (G. Lo Bianco, Falcone depone sull’attentato, in «L’Ora», 11 luglio 1989; Per l’attentato all’Addaura ascoltato Giovanni Falcone, in «L’Ora», 18 gennaio 1991, p. 17). Visto il tipo di vita condotta da Falcone egli non aveva particolari abitudini fisse e quindi fu immediatamente chiaro che nell’organizzazione dell’attentato doveva essere coinvolta una persona a lui vicina (A caccia del traditore. Falcone oggi al Csm, in «L’Ora», 13 luglio 1989, p. 13). Si veda inoltre: G. Lo Bianco, Svizzera con- nection, in «L’Ora», 24 giugno 1989, p. 13; F. Vitale, Rafforzate le scorte, in «L’Ora», 11 luglio 1989; Addaura, primo atto, in «L’Ora», 12 luglio 1989, p. 10. Sulla candidatura di Falcone al posto di terzo procuratore aggiunto di Palermo, si veda: Procura: Falcone unico candidato, in «L’Ora», 27 giugno 1989; «Con Falcone nuova fase», in «L’Ora», 29 giugno 1989, p. 10; La mafia non vuole Falcone in procura, in «L’Ora», 12 luglio 1989, p. 10.
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Tav. 288 La morte dei coniugi Antonino e Ida Agostino e la scomparsa di Emanuele Piazza restano dei capitoli aperti sui quali, dal punto di vista processuale, non è stato raggiunto alcun risultato apprezzabile. Su questi due delitti si veda: F. Nicastro, Il caso Contrada, le trame di boss, poteri occulti e servizi segreti, Arbor, Palermo 1993, pp. 135-42; Palazzolo, I pezzi mancanti cit., pp. 166-77. Le indagini sulle morti di Agostino e Piazza vengono ufficialmente collegate alle vicende di Falcone dalla procura di Caltanissetta, solo nel 1993: G. D’Avanzo, Quella lunga scia di morti e misteri, in «la Repubblica», 21 maggio 1993, p. 6; A. Bolzoni, Stragi, mafia e 007, in «la Repubblica», 21 maggio 1993, p. 6. Sul delitto Agostino, inoltre, è stato apposto il segreto di Stato (S. Palazzolo, Poliziotto ucciso: «segreto di Stato», in «la Repubblica», 17 dicembre 2005, p. 7). Si veda anche: Stragi di mafia, ombre sui Servizi i pm: togliere il segreto di Stato, in «la Re- pubblica.it», 11 dicembre 2009, reperibile all’indirizzo http://www.repubblica.it/ cronaca/2009/12/11/news/stragi_di_mafia_ombre_sui_servizi_i_pm_to- gliere_il_segreto_di_stato-1820202/index.html?ref=search; F. Viviano, Dopo l’Addaura Emanuele mi disse: in quell’attentato c’entra la polizia, in «la Repubblica», 20 ottobre 2010, p. 21.
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Tav. 289 Per quanto riguarda l’interrogatorio reso da Francesco Marino Mannoia a Falcone si veda: Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, giudice istruttore G. Falcone, 8 ottobre 1989, ore 15.00, Processo verbale di interrogatorio dell’imputato Francesco Marino Mannoia cit., p. 5.
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Tav. 290 Sulla conferenza stampa che fece da detonatore alla caduta del muro di Berlino si veda: T. Danilo, La domanda «suggerita» che fece cadere il Muro, in «Corriere della Sera», 18 aprile 2009, p. 17. Lo scambio di battute fra il giornalista Ehrman Frage e il funzionario della Repubblica Democratica Tedesca, Günter Schabowski, si può leggere, in originale, su: http:// www.brinkmannpeter.de/wann-und-sofort.html. Sulla cosiddetta «svolta della Bolognina» si veda: W. Dondi, Il Pci cambierà nome? «Tutto è possibile», in «l’Unità», 13 novembre 1989, p. 8. L’audio della conferenza stampa in cui Occhetto annuncia che il Pci avrebbe cambiato nome si può ascoltare su: http://www.radioradicale.it/scheda/33793/33825-il-pci-cambia-nome.
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Tav. 291 Per questa scena mi sono ispirato ad alcune dichiarazioni di Riina riportate de relato. Si veda: F. Cavallaro, «A morte anche i bimbi dei pentiti», in «Corriere della Sera», 24 aprile 1994, p. 11, dove viene riportata una frase del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi: «In una riunione ci ho sentito dire che si dovevano ammazzare fino al ventesimo grado di parentela tutti i parenti dei collaboratori di giustizia, cominciando dai bambini di 6 anni». Il collaboratore Tullio Cannella invece ricorda una frase di Leoluca Bagarella a proposito del cognato: «Totò Riina è troppo buono e lo fanno fesso, questi cornuti. Ma io non sono come mio cognato, io gli sego le corna se loro sbagliano e ci leviamo subito il pensiero. I tempi non sono quelli di una volta, credono di poterci prendere per i fondelli, questi politici imbecilli, non l’hanno capito che con noi barzellette e diplomazie non ce ne sono» (Bagarella: Riina fatto fesso dai politici, in «Corriere della Sera», 20 dicembre 1996, p. 17)
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Tav. 292 Sulla strage in cui morirono le parenti di Francesco Marino Mannoia, si veda: A. Bolzoni, Madre e due sorelle uccise nell’ultima strage di mafia, in «la Repubblica», 24 novembre 1989, p. 18 e dello stesso autore: Una strage chiamata pentimento, in «la Repubblica», 25 novembre 1989, p. 17.
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Tav. 293 La manifestazione che viene rappresentata nella prima e nella seconda vignetta si è svolta a Palermo, il 20 dicembre 1989. Sull’inizio del movimento studentesco poi battezzato «Pantera» si vedano gli articoli di T. De Simone: Tre facoltà occupate, in «L’Ora», 7 dicembre 1989, p. 19, e Università: gli studenti in assemblea de- cidono di occupare tutte le facoltà, in «L’Ora», 13 dicembre 1989, p. 15, e anche: M. Denaro, Cento giorni. Cronache del Movimento Studentesco della Pantera ’90, Navarra Editore, Marsala 2007. Sulle dimissioni di Leoluca Orlando si veda: S. Rizza, Un marziano a Palermo, in «L’Ora», 23 gennaio 1990; F. Vitale, Il sindaco nel bunker: «questa città ferita», in «L’Ora», 25 gennaio 1990.
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Tav. 294 Le allusioni agli atti giudiziari sepolti «in tanti cassetti della magistratura» sono state espresse da Leoluca Orlando durante una puntata di Samarcanda andata in onda il 26 gennaio 1990. Si veda anche: A. Bolzoni e U. Rosso, «Magistrati, i rapporti tra mafia e politica sono nei vostri cassetti», in «la Repubblica», 27 gennaio 1990, p. 7. La conferenza stampa della procura di Palermo in occasione della chiusura di nuove indagini su Vito Ciancimino si può vedere in: Bartoccelli, Mirto e Pomar, C’era in Sicilia un magistrato che... cit.
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Tavv. 295-299 Sulla nomina di Piero Giammanco a procuratore capo di Palermo si veda: Bartoccelli, Mirto e Pomar, C’era in Sicilia un magistrato che... cit.; S. Mazzocchi, Il Csm elegge tra le polemiche il procuratore capo di Palermo, in «la Repubblica», 8 giugno 1990, p. 5; A. Bolzoni, Palermo, Falcone dà il benvenuto al nuovo procuratore Giammanco, in «la Repubblica», 20 giugno 1990, p. 4. Sulla mancata nomina di Falcone al Csm, invece, si veda: Il Csm ora va a piú sinistra, in «L’Ora», 3 luglio 1990, p. 14; F. Vitale, Il giorno dopo la sconfitta. Falcone: «pago sempre io», in «L’Ora», 3 luglio 1990, p. 3. Si veda anche: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., pp. 125-28. Per quanto riguarda l’inchiesta giornalistica di Ennio Remondino si veda il documentario: F. Masella, M. Sanna, A. Saso e M. Torrealta, Fino all’ultimo rigore, andato in onda su Rai News 24 in due parti, il 28 gennaio e il 4 febbraio 2010. L’inchiesta giornalistica di Remondino e la rivelazione della struttura Stay behind nota come «Gladio» sono strettamente collegate, considerato anche che i due argomenti vennero trattati insieme alla Camera dei deputati, l’1 e il 2 agosto 1990, rubricati sotto la voce: «Comunicazioni del Governo, mozioni, interpellanze e interrogazioni sulla recente sentenza di Bologna e sul servizio televisivo concernente i presunti rapporti tra i servizi segreti stranieri e la loggia P2», ma quale sia il collegamento che li unisce resta a tutt’oggi poco chiaro e sfuggí anche allo stesso Remondino come da lui stesso dichiarato davanti alla Commissione Stragi, il 4 luglio 2000, sotto la presidenza di Giovanni Pellegrino. L’intervento integrale dell’allora presidente del Consiglio Andreotti alla Camera dei deputati si trova in: «Atti parlamentari», Camera dei Deputati, X legislatura, Resoconto stenografico n. 512, 2 agosto 1990 (per l’intero dibattito si veda anche il Resoconto stenografico n. 511, del 1 agosto 1990). Le immagini dell’appartamento di via Monte Nevoso dove, per la seconda volta, venne trovato materiale scritto di Aldo Moro (questa volta anche fotocopie di manoscritti) si possono vedere nel servizio del Tg2 del 10 ottobre 1990, ripreso nel documentario di M. Melega e C. Durante, Il mistero delle carte di Moro, 2007, in La storia siamo noi. Per un’analisi approfondita del materiale ritrovato a via Monte Nevoso nel 1990, si veda: Gotor, Il memoriale della Repubblica cit., e in particolare le pagine 383-95, dove viene analizzato il brano che io ho invece riportato solo in parte. È opinione di Gotor che nel brano in questione Moro in realtà non faccia riferimento a Gladio: «A ben guardare l’allusione alla struttura italiana di Stay behind poteva emergere solo nel primo punto, ma Gladio, almeno a livello ufficiale, non aveva mai avuto compiti di contro-guerriglia o antiterrorismo». È anche vero, però, come riportato sempre da Gotor citando lo studioso e consulente giudiziario Aldo Giannuli, che: «Quando il passo di Moro venne reso pubblico nel 1990, tutti lo lessero come un’allusione a Gladio» e cosí ho fatto anche io. Sulla rivelazione di Gladio da parte di Andreotti, si vedano anche: A. Pannocchia e F. Tosolini, Gladio. Storia di finti complotti e di veri patrioti, Gino Rossato Editore, Novale di Valdagno 2009, pp. 54-73; G. De Lutiis, Il lato oscuro del potere. Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 a oggi, Editori Riuniti, Roma 1996; P. Inzerilli, Gladio. La verità negata, Analisi, Bologna 1995. Andreotti presentò alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, sotto la presidenza di Libero Gualtieri, un documento intitolato: Il cosiddetto Sid parallelo. Il caso Gladio (Operazione Gladio. La rete, i documenti, i personaggi, supplemento a «l’Unità», 14 novembre 1990). Il documento venne presentato una prima volta il 18 ottobre 1990, poi venne ritirato dallo stesso Andreotti per essere infine consegnato a Gualtieri il 24 ottobre. La seconda versione risultò censurata in alcuni punti. Escludo che Andreotti avesse letto il documento in Commissione, come ho invece mostrato, per esigenze narrative, nelle ultime due vignette di tavola 299.
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Tav. 300 Sulla riunione dell’Anm si veda: Giudici, il giorno delle scelte, in «L’Ora», 2 ottobre 1990, p. 10; Il giorno della rivolta, in «L’Ora», 17 ottobre 1990, p. 10; Di Lello mette in guardia dalle protezioni politiche: no alla giustizia pilotata, in «L’Ora», 17 ottobre 1990, p. 10; Borsellino è piú possibilista: se le inchieste sono troppe l’azione penale è una finzione, in «L’Ora», 17 ottobre 1990, p. 10; Il giorno dei giudici, in «L’Ora», 27 ottobre 1990, p. 13; G. Lo Bianco, I cobas con la toga, in «L’Ora», 29 ottobre 1990, p. 6. Si veda inoltre: Lucentini, Paolo Borsellino cit., pp. 200-1.
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Tav. 301 Riguardo l’appello del maxiprocesso si veda: G. Lo Bianco, Ora la cupola non regge piú, in «L’Ora», 11 dicembre 1990, p. 11. Sulla decisione di unificare le inchieste sui delitti Reina, Mattarella e La Torre: Un filo per tre delitti, in «L’Ora», 28 dicembre 1990. Il brano del diario di Falcone è tratto da: Stille, Nella terra degli infedeli cit., pp. 379-80.
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avv. 302-303 Sulla scarcerazione di Leoluca Bagarella si veda: G. Lo Bianco, Porte aperte per due boss, in «L’Ora», 9 gennaio 1991, p. 11; Il ritorno «congelato», in «L’Ora», 10 luglio 1991, pp. 8-9, mentre sulla proposta di Martelli a Falcone si veda: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., pp. 137-43.
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Tavv. 304-305 Riguardo lo scadere dei termini di custodia cautelare per molti uomini d’onore in carcere e il decreto legge preparato in risposta da Martelli, si veda: G. Lo Bianco, Il «maxi» in fumo. Tutti liberi i boss, in «L’Ora», 12 febbraio 1991; A. Spampinato, «L’ingiuria di Carnevale», in «L’Ora», 7 marzo 1991, p. 2; A. Di Giovan- ni, Avvocati in sciopero: «no al decreto», in «L’Ora», 4 marzo 1991, p. 8; R. Farkas, Uno degli avvocati in sciopero: «Precettarci? È un ricatto», in «L’Ora», 6 marzo 1991, p. 4; A. Romano, La protesta dei boss, in «L’Ora», 6 marzo 1991, p. 4; Quel decreto ha beffato i mafiosi. Si tema la reazione di Cosa Nostra, in «L’Ora», 6 marzo 1991, p. 4; Il capo dello Stato difende Carnevale, in «L’Ora», 22 marzo 1991, p. 15; I boss in carcere: la Camera dice sí, in «L’Ora», 22 marzo 1991, p. 2. Per quanto riguarda la conclusione dell’istruttoria del quarto maxiprocesso sui delitti cosiddetti «politici» si veda: Per il quarto «maxi» indagini concluse, in «L’Ora», 11 febbraio 1991, p. 9; Delitti politici, atto d’accusa, in «L’Ora», 12 marzo 1991, p. 5. E inoltre: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., p. 121 e Caponnetto, I miei giorni a Palermo cit., pp. 100-1, in cui viene raccontata la sofferta decisione di Falcone di firmare il provvedimento. Sul trasferimento di Falcone a Roma si veda: A. Spampinato, Trasferimento per Falcone?, in «L’Ora», 19 febbraio 1991, p. 28; Falcone non firmerà le inchieste eccellenti, in «L’Ora», 21 febbraio 1991, p. 11; A. Spampinato, Falcone dice «sí»: dirigerà gli affari penali del ministero della Giustizia, in «L’Ora», 22 febbraio 1991, p. 10; Tra pochi giorni Falcone a Roma, in «L’Ora», 23 febbraio 1991, p. 32; Mellini: «anche a Roma un bunker per Falcone», in «L’Ora», 22 marzo 1991, p. 3; Per andare al ministero Falcone promosso giudice di Cassazione, in «L’Ora», 16 aprile 1991, p. 8.
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Tavv. 306-308 Le notizie della morte di Antonio Scopelliti e Libero Grassi le ho tratte da: Sica: ce lo aspettavamo, in «L’Ora», 10 agosto 1991, p. 2; F. Diano, Dopo l’assalto a lupara colpo di grazia alla nuca, in «L’Ora», 10 agosto 1991, p. 2; Tra le inchieste del giudice anche quelle sul terrorismo, in «L’Ora», 10 agosto 1991, p. 3; Scopelliti lavorava già al maxiprocesso, in «L’Ora», 10 agosto 1991, p. 3; Corte di Cassazione: ruotano i giudici per processi di mafia, in «L’Ora», 14 marzo 1991, p. 15; S. Rizza, Parole come pietre, in «L’Ora», 29 agosto 1991, p. 4. La trascrizione della puntata del Maurizio Costanzo Show in collegamento con Sa- marcanda si può leggere in: S. Costantino e G. Badami, Et lux fuit? La lunga notte di Samarcanda. Un’analisi critica, G. Giappichelli Editore, Torino 1992.

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Tav. 310 Per quanto riguarda il monitoraggio delle sentenze della prima sezione della Corte di Cassazione e la turnazione delle sezioni che si occupavano di procedimenti di mafia si veda: Al setaccio i provvedimenti dell’«ammazzasentenze». Soddisfatti i magistrati di Palermo: «finalmente», in «L’Ora», 1° novembre 1991, p. 6; B. Ruffolo, Carnevale si assolve: «io applico la legge», in «L’Ora», 3 novembre 1991, p. 3; «Solo la Cassazione dice che la mafia non esiste», in «L’Ora», 29 febbraio 1992, p. 5; «Martelli, perché tanto lassismo verso Carnevale?», in «L’Ora», 29 febbraio 1992, p. 5. Si veda anche: Stille, Nella terra degli infedeli cit., pp. 398-99. Sugli esiti del maxiprocesso in Cassazione, si veda: Maxi in Cassazione, subito le parti civili, in «L’Ora», 10 dicembre 1991, p. 8; L. Miracle, Quarto processo per la «cupola», in «L’Ora», 31 gennaio 1992, p. 2; A. Romano, Familiari e magistrati: «si è riaccesa la speranza», in «L’Ora», 31 gennaio 1992, p. 2; Il processo in cifre, in «L’Ora», 31 gen- naio 1992, pp. 4-5; G. Lo Bianco, Giordano: il clima politico è mutato, in «L’Ora», 31 gennaio 1992, p. 6; Dal rinvio a giudizio ai due verdetti di Palermo, in «L’Ora», 31 gennaio 1992, p. 6.
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Tav. 311 Liliana Ferraro ricorda la sera in cui venne resa nota la sentenza: «Falcone fece comprare una bottiglia di champagne e brindammo. Non fu allegro. Una serata di soddisfazione enorme, ma sobria» (in: Stille, Nella terra degli infedeli cit., pp. 400-1). Il dialogo fra Falcone e la Morvillo si basa su: Superprocuratore nazionale: in lizza anche i giudici Falcone e Signorino, in «L’Ora», 10 gennaio 1992, p. 3; Nella corsa a superprocuratore Prinzivalli davanti a Falcone, in «L’Ora», 24 gennaio 1992, p. 4; Una «rosa» di nove candidati per il vertice della nuova Dna, in «L’Ora», 20 febbraio 1992, p. 3; L. Miracle, Ora Cordova supera Falcone, in «L’Ora», 26 febbraio 1992, p. 2; Per il posto di superprocuratore l’outsider Cordova sfida Falcone. Il Csm interroga i candidati, in «L’Ora», 25 febbraio 1992, p. 19; Superprocura, il capo dello Stato annuncia che voterà per Falcone, in «L’Ora», 25 marzo 1992, p. 17; Cossiga insiste su Falcone: «vittima di un’aggressione», in «L’Ora», 26 marzo 1992, p. 13; «Spiegherò a Cossiga perché scelgo Cordova», in «L’Ora», 27 marzo 1992, p. 14.
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Tav. 312 Il discorso di Riina si basa su: G. D’avanzo, «Guerra oggi e pace domani», in «la Repubblica», 12 settembre 1994, p. 14.
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Tavv. 313-314 La dichiarazione di Falcone in merito alla morte di Salvo Lima è ripresa da: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., pp. 164-65. Si veda anche: F. Cavallaro, «Falcone disse: Lima non era mafioso», in «Corriere della Sera», 18 novembre 1995, p. 13. Le immagini dell’omicidio di Salvo Lima si possono vedere in: Turco, In un altro paese cit.
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Tav. 315 Sull’arresto di Mario Chiesa e l’avvio dell’inchiesta Mani Pulite si veda: Arrestato per concussione il presidente del «Trivulzio», in «la Repubblica», 18 febbraio 1992, p. 21; C. Sasso, Il notabile Psi aveva la tangente nel cassetto, in «la Repubblica», 19 febbraio 1992, p. 7; G. Lucchelli e C. Sasso, Mister «10 per cento» storia di un politico esperto delle correnti, in «la Repubblica», 20 febbraio 1992, p. 6; C. Sasso, La difesa di Chiesa. Mi dissero: «quei soldi dalli pure al partito», in «la Repubblica», 21 feb- braio 1992, p. 7. La dichiarazione di Craxi viene ripresa in: P. Colaprico e L. Fazzo, Milano, nuovo arresto, s’allarga il caso Chiesa, in «la Repubblica», 4 marzo 1992, p. 7, dove viene riportata la definizione dal sapore partenopeo che il milanese Bettino Craxi, intervistato dal Tg3, usò per riferirsi a Mario Chiesa («Mi trovo davanti un mariuolo che getta un’ombra su tutta l’immagine di un partito»). Sulle indagini di Antonio Di Pietro e la confessione resa da Chiesa si veda: L. Fazzo, Chiesa e il giudice. La caccia al tesoro, in «la Repubblica», 26 febbraio 1992, p. 10; P. Colaprico, Chiesa, il giudice trova un altro libretto segreto, in «la Repubblica», 11 marzo 1992, p. 12; M. Brambilla e G. Buccini, Chiesa ritorna a casa, in «Corriere della Sera», 3 aprile 1992, p. 21; G. Bocca; Una fabbrica di corruzione, in «la Repubblica», 25 aprile 1992, p. 8.
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Tavv. 316-317 L’intervento di Falcone e Borsellino al convegno «Criminalità, politica e giustizia», svoltosi a Palazzo Trinacria, viene riportato in: M. Bartoccelli, C. Mirto e A. Pomar, (a cura di), Magistrati in Sicilia. Gli ultimi interventi pubblici a Palermo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Ila Palma, Palermo-São Paulo 1992. La terza vignetta si basa sulla celebre foto scattata da Tony Gentile in occasione di quel convegno. La dichiarazione di Falcone in queste pagine è la sintesi di una parte del suo intervento in quella data e di una celebre intervista rilasciata a Rai 3, il 30 agosto 1991 in seguito all’assassinio di Libero Grassi e che si può vedere in: Bartoccelli, Mirto e Pomar (a cura di), C’era in Sicilia un magistrato che... cit., dove alla domanda: «Ci si è chiesti in queste ultime ore “ma c’è ancora speranza per Palermo?” Lei poc’anzi diceva che non serve fare dell’antimafia superficiale, di facciata», Falcone rispose: «Ma certamente che c’è speranza. La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni». Come è noto, l’esplosivo sotto l’autostrada di Capaci venne posizionato con uno skateboard (si veda: Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta, 7 aprile 2000, Aglieri + 38, libro I, e anche: Strage Falcone: forse il tritolo piazzato con lo skate-board, in «la Repubblica», 19 settembre 1992, p. 12).
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Tav. 318 Per quanto riguarda il ritorno della moglie e dei figli di Provenzano a Corleone, si veda: R. Farkas, La donna del padrino: «torno per i miei figli», in «L’Ora», 11 aprile 1992, p. 5.
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Tav. 319 I risultati delle elezioni politiche del 1992 si possono consultare su:
http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=C&dtel=05/04/1992
&tpa=I&tpe=A&lev0= 0&levsut0=0&es0=S&ms=S (Camera) e http://elezionistorico.interno.it/index.php?tp el=S&dtel=05/04/1992&tpa=I&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S (Senato). Si veda anche: S. Folli, Comincia l’era dell’ingovernabilità, 7 aprile 1992, in «Corriere della sera», p. 2. Sulla conclusione dell’ultimo mandato di Giulio Andreotti come presidente del Consiglio si veda: I duemila giorni di Giulio, in «la Repubblica», 25 aprile 1992, p. 2. Sulla dimissioni di Cossiga: S. Bonsanti, «Francesco, aspetta serve altro tempo...», in «la Repubblica», 26 aprile 1992, p. 3. L’annuncio delle dimissioni di Cossiga si può vedere su: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem- eb96a983-67f5-487c-985d-e46d23da98be.html.
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Tav. 320 La conversazione tra Falcone e Borsellino si basa su: M. Sorgi, Svelò il patto mafia-politica e tentarono di emarginarlo, «La Stampa», 24 maggio 1992, p. 5. Analoghe considerazioni di Falcone sulla magistratura sono riportate altrove, ad esempio in: Rossi, I disarmati cit., p. 330, dove alla domanda: «Chi ha ucciso il pool? La volontà politica o le inerzie della casta?», Falcone risponde: «Tutte e due. Le minori responsabilità le ha il potere politico». La notizia che Borsellino apprese un’indiscrezione riguardo la nomina di Falcone a procuratore nazionale antimafia l’ho tratta da: G. Lo Bianco e S. Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsellino, Chiarelettere, Milano 2007, pp. 27-28.
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Tavv. 321-323 La famosa intervista di Paolo Borsellino rilasciata ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo si può vedere integralmente nel dvd: Paolo Borsellino. L’intervista nascosta, allegato a «il Fatto Quotidiano», 18 dicembre 2009. Il testo dell’intervista si può consultare su: http://www.19luglio1992.com/in- dex.php?option=com_content&view=article&id=2274:paolo-borsellino-lintervista-nascosta&catid=20:altri-documenti&Itemid=43. A proposito della versione integrale dell’intervista si veda anche: http://segugio. splinder.com/post/21966444/intervista-borsellino-ecco-il-sinottico; http://segugio.splin-der.com/post/21968074/caro-marco-facci-sapere.
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Tavv. 324-337 L’incontro fra Marcello Dell’Utri ed Ezio Cartotto viene raccontato dallo stesso Cartotto come si può leggere in: M. Torrealta, La trattativa. Mafia e Stato: un dialogo a colpi di stragi che non si è mai fermato. Oggi Cosa Nostra presenta il conto. Le testimonianze di Spatuzza, Ciancimino, Riccio, Giuffrè. I dettagli, le date, i fatti, Rizzoli, Milano 2010, pp. 207-14. Si veda anche il libro scritto dallo stesso Cartot- to: E. Cartotto, «Operazione Botticelli». Berlusconi e la terza marcia su Roma, Sapere 2000 Edizioni, Roma 2008. Sempre nel libro di Torrealta succitato, alle pagine 279-89, viene riportato che Lando Dell’Amico, fondatore nonché direttore politico dell’agenzia «Repubblica» (quasi omonima del noto quotidiano), attribuisce con certezza la paternità dei due articoli: Impasse nell’elezione del presidente della Repubblica: metodo Forlani o metodo De Mita? e Forlani dimissionario, il burattinaio non è iscritto alla Dc, al politico Vittorio Sbardella (i due articoli per intero si possono leggere nello stesso volume alle pagine 634-39). La giornata del 23 maggio viene ricordata da Giuseppe Costanza in un’intervista televisiva: A. D’Eusanio, Ricominciare, Rai 2, 11 maggio 2009 (http://www.rai.tv/ dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-aac892f6-8bc5-496d-b066-1b98b0a7e0c4. html?p=1) e in quella occasione Costanza raccontò anche l’impressionante particolare di Falcone che sfilò le chiavi dal cruscotto dell’auto in corsa, salvandogli cosí la vita. Sugli spostamenti dei personaggi coinvolti nell’organizzazione della strage si veda: Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta, 7 aprile 2000, Aglieri + 38 cit., pp. 1-28. Si veda inoltre: F. Cavallaro, Durò 5 giorni il «film» della strage, in «Corriere del- la Sera», 13 novembre 1993, p. 5. La notizia che Borsellino si trovasse dal barbiere al momento della strage l’ho tratta da: Lucentini, Paolo Borsellino cit., pp. 241-42. I filmati delle immagini del luogo dell’attentato, subito dopo la strage, sono di facile reperibilità anche su internet, cosí come il commovente discorso di Rosaria Schifani durante i funerali.

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Tavv. 340-341 L’audio dell’intervista rilasciata da Claudio Martelli a Lino Jannuzzi durante un collegamento con la trasmissione di Giuliano Ferrara, L’istruttoria, del 27 maggio 1992, si può ascoltare su: http://www.radioradicale.it/scheda/46761/46821- listruttoria-di-giuliano-ferrara-lomicidio-del-giudice-giovanni-falcone-a-palermo. Sulle polemiche della magistratura riguardo la cosiddetta «Superprocura» si veda, fra gli altri: «Supermagistrati, che inutilità», in «L’Ora», 9 gennaio 1992, p. 4; R. Farkas, Superprocura giudici furenti, in «L’Ora», 27 ottobre 1991, p. 4; Scotti soddisfatto: «ma quante le polemiche strumentali», in «L’Ora», 27 ottobre 1991, p. 5; Duro attacco a Martelli per Dna e caso Barreca, in «L’Ora», 20 febbraio 1992, p. 2 e anche: La Licata, Storia di Giovanni Falcone cit., pp. 157-58. La presentazione del libro Gli uomini del disonore e l’invito rivolto da Scotti a Borsellino sono riportati in: Lucentini, Paolo Borsellino cit., pp. 249-51; Lo Bianco e Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsellino cit., pp. 56-58. Si veda anche quanto dichiarato da Borsellino a Saverio Lodato in: Venticinque anni di mafia cit., p. 295.
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Tavv. 342-345 Circa la visita di Cossiga si veda: Lo Bianco e Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsellino cit., pp. 89-90. Le dichiarazioni di Borsellino sono riportate nell’intervista di Lamberto Sposini sopracitata. È stata Maria Falcone a ricordare che Borsellino, in occasione del trigesimo per le vittime della strage di Capaci, le confidò di voler andare a rivedere il chiostro dove da bambino giocava a calcio insieme a Falcone (nel servizio televisivo: De Palma e Rizzelli, Anomalia palermitana cit.). Il discorso pronunciato da Paolo Borsellino si può leggere in: Lucentini, Paolo Borsellino cit., pp. 260-62.
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Tavv. 346-349 La presunta «trattativa» fra mafia e Stato è un aspetto dell’intera storia particolarmente delicato. Sull’argomento in generale, e in particolare sugli incontri fra Borsellino, Mori e De Donno e fra Mori, De Donno e Vito Ciancimino, e soprattutto sulle rispettive versioni dell’episodio fornite da Mario Mori e da Massimo Ciancimino, si veda: Torrealta, La trattativa cit., e sull’incontro fra Borsellino e i due ufficiali dei Carabinieri si veda anche: Lo Bianco e Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsellino cit., pp. 111-16. Su questo punto l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli, ha fatto delle dichiarazioni apparentemente inedite e comunque giudicate rilevanti durante una puntata della trasmissione televisiva Annozero, condotta da Michele Santoro e andata in onda l’8 ottobre 2009 (http://www.annozero.rai.it/RaiDue/ category/0,1067207,1067115-1086733,00.html). Le dichiarazioni di Martelli chiamavano in causa Liliana Ferraro che nel 1992 lavorò con Falcone agli Affari Penali e che dopo la sua morte ne prese il posto. Alla domanda della giornalista Dina Lauricella: «Ma di questa trattativa a lei era arrivato all’orecchio qualcosa, c’era sentore... che cosa trapelava?» Martelli risponde (nel servizio c’è un piccolo stacco di montaggio) che la Ferraro lo aveva informato di avere ricevuto una visita dell’allora capitano De Donno. Secondo quanto dichiarato da Martelli, De Donno disse alla Ferraro che Vito Ciancimino (Massimo nelle parole di Martelli ma si tratta di un evidente lapsus) aveva una «volontà di collaborazione che si sarebbe però esplicata se avesse avuto delle garanzie politiche». Sempre secondo Martelli, la Ferraro disse al capitano De Donno di riferire «al magistrato competente e cioè a Paolo Borsellino» (che, per inciso, all’epoca dei fatti tutto poteva essere tranne che il magistrato competente in materia). A quanto risulta la Ferraro ha confermato la versione di Martelli (G. Bianconi, «Dissi a Borsellino dei contatti tra i Carabinieri e Ciancimino», in «Corriere della Sera», 15 ottobre 2009, p. 20). Attualmente il generale Mario Mori, insieme al colonnello Mario Obinu, è sotto processo da parte del tribunale di Palermo con l’accusa di favoreggiamento alla mafia nell’ambito di un mancato blitz, il 31 ottobre 1995, che avrebbe potuto condurre alla cattura dell’allora latitante Bernardo Provenzano. Nello svolgimento del processo, in cui si sono inserite le rivelazioni di Massimo Ciancimino – figlio di Vito – teste dell’accusa e personaggio mediatico dai connotati ambigui, si è dibattuto ampiamente sulla presunta trattativa fra Stato e mafia. A questo proposito si veda: Aa. Vv., Nel nome del padre. Sono 23 gli interrogatori di Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, Novantacento edizioni, Palermo 2010. Al momento in cui andiamo in stampa il processo è ancora in corso. L’ultimo discorso pubblico di Paolo Borsellino, in occasione di un dibattito organizzato dalla rivista «Micromega», si tenne alla Biblioteca comunale di Palermo e si può leggere in: Lucentini, Paolo Borsellino cit., pp. 264-69. Il commento di Agnese Borsellino alle parole del marito l’ho tratto da: Lo Bianco e Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsellino cit., p. 117.
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Tav. 350 Il discorso di Paolo Borsellino in questa tavola è tratto in parte dall’articolo: Sono nel mirino come Falcone, «Il Mattino», 27 giugno 1992. La lite di Borsellino con Giammanco viene riportata in: Lo Bianco e Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsel- lino cit., p. 132. Si veda anche: Corte d’Assise di Caltanissetta, III sezione penale, 9 dicembre 1999, Agate + 26, parte II, pp. 3-4, dove vengono riportati alcuni brani di un interrogatorio di Agnese Borsellino, reso il 23 marzo 1995: «E la mattina del lunedí mio marito va dal procuratore e si ribella da morire, indignatissimo perché una cosa che cosí personalmente lo riguardava, di una certa gravità, era stato tenuto completamente al buio di tutto. Lui ha farfugliato qualche cosa, non so come si è difeso, ma mio marito mi racconta, perché è tornato a casa con la voce un po’ rauca perché forse aveva anche urlato e mi ha raccontato questo che io sto dicendo».
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Tav. 351 Il testo di questa tavola è tratto da un’intervista rilasciata da Paolo Borsellino ma pubblicata postuma: G. Di Feo, «Disarmati senza legge sui pentiti», in «Cor-iere della Sera», 20 luglio 1992, p. 5.
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Tav. 352 Gli interrogatori di Leonardo Messina e Gaspare Mutolo, sono citati in: Lo Bianco e Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsellino cit., p. 134, e alle pagine 142-50 si può leggere una ricostruzione dell’interrogatorio del 1° luglio che tiene conto anche della versione dell’allora neoministro degli Interni, Nicola Mancino. Per quanto riguarda l’interruzione dell’interrogatorio in: Corte d’Assise di Caltanissetta, III sezione penale, 9 dicembre 1999, Agate + 26 cit., p. 20, si legge che Borsellino: «Il 30 giugno si recò in aereo a Roma e rientrò a Palermo alle ore 20.00 del successivo 1° luglio» e questa versione, considerando i tempi per raggiungere l’aeroporto di Fiumicino e la durata del volo, contrasterebbe con la versione fornita da Mutolo, perché per giungere a Palermo alle 20.00 l’interrogatorio doveva essersi concluso verso le 17.30. Questo rilievo viene sollevato anche da Bruno Contrada in un esposto al procuratore della Repubblica di Caltanissetta nel quale viene citato uno stralcio del verbale di interrogatorio di Mutolo in data 1° luglio 1992: «Da questi documenti inoppugnabili si rileva che alle ore 17.40 del 1° luglio il dott. Borsellino abbandonò l’interrogatorio, non per andare a un incontro con chicchessia, ma per correre in aeroporto (un’ora di tragitto), da dove, dopo un’ora di volo, alle 20.00 raggiunse Palermo». Curiosamente, però, proprio nel verbale citato da Contrada si legge chiaramente: «sospensione per “esigenze di servizio” dalle ore 17.40 alle ore 19.15; ripresa dell’interrogatorio alle ore 19.15; chiusura ore 20.10» con firma in calce di Borsellino, Aliquò e Mutolo. Dunque a meno che Mutolo e Aliquò non abbiano firmato prima della chiusura dell’interrogatorio – la qual cosa si può logicamente escludere – questo si concluse alle 20.10. E a ben vedere una delle agende di Paolo Borsellino, dove la parola «Fiumicino» è segnata ben oltre le 20, si può tranquillamente propendere per questa versione.
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Tav. 353 Anche il discorso di questa tavola è tratto da un’intervista di Borsellino rilasciata a «La Gazzetta del Mezzogiorno» e riportata in: Lo Bianco e Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsellino cit., pp. 153-55. Le divergenze fra Riina e Provenzano erano comunque state oggetto di una vecchia ipotesi investigativa come si vede in: F. Vitale, Provenzano e Riina, divorzio di sangue, in «L’Ora», 13 maggio 1989, p. 11.
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Tav. 354 Si veda: Lo Bianco e Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsellino cit., p. 177. F. Cavallaro, «Paolo mi raccontò che il tritolo era in arrivo dalla Jugoslavia», in «Corriere della Sera», 24 maggio 1993, p. 2. Don Cesare Rattoballi è il cugino di Rosaria Schifani ed è il sacerdote che l’ha sostenuta durante la lettura del discorso ai funerali per la strage di Capaci.
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Tav. 355 Per questa scena mi sono basato su: Lucentini, Paolo Borsellino cit., p. 287 e pp. 294-95. Si veda anche la testimonianza di Agnese Borsellino nel processo cosiddetto «Borsellino ter» (Corte d’Assise di Caltanissetta, III sezione penale, 9 di- cembre 1999, Agate + 26 cit., pp. 3-4), dove dichiara: «Sí, era preoccupatissimo, era preoccupatissimo e mi diceva: “Sino a quando ci sarà Giovanni vivo mi farà da scudo”. Giovanni è morto ed era sí, molto, molto preoccupato. Mi diceva: “Faccio una corsa contro il tempo, devo lavorare, devo lavorare tantissimo e se mi fanno arrivare... Io ho capito tutto della morte di Giovanni”».
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Tavv. 356-362 L’ultima giornata di Paolo Borsellino viene ricostruita in: Lucentini, Paolo Borsellino cit., pp. 296-308, ma si veda anche: http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view
=article&id=394:23-maggio-19-luglio- 1992-57-giorni-parte-3&catid=14:i-mandanti-occulti&Itemid=18. Il particolare che Borsellino se ne sia andato senza aspettare la figlia Lucia mi è stato raccontato dal regista Gianluca Tavarelli.
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Tavv. 363-368 Gli ultimi momenti di Paolo Borsellino, del caposcorta Agostino Catalano e degli agenti Vincenzo Li Muli, Walter, Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, vengono raccontati dal loro collega Antonio Vullo, l’unico superstite miracolosamente scampato alla strage. Si veda: Corte d’Assise di Caltanissetta, III sezione penale, 9 dicembre 1999, Agate + 26 cit., pp. 25-30. Nella stessa sentenza si può leggere la testimonianza di Nunzia Porretto che si era affacciata alla finestra del suo appartamento in via D’Amelio all’arrivo di Paolo Bor- sellino: «Cioè è scoppiata questo... insomma bomba; io so solo che sono rito... cioè sono caduta all’indietro, ho sbattuto la testa e non... non sentivo piú dalle orecchie e niente, dopodiché mi sono alzata ed ho visto che c’era tutto distrutto». Dichiarazioni simili sono state rilasciate da altri testi. In particolare Imerio Tani ha riferito di «avere avvertito un violento spostamento d’aria, prima come pressione, poi come risucchio». Mi sono attenuto all’ipotesi del vicequestore Gioacchino Genchi il quale sostiene che per compiere la strage fosse necessario un punto di osservazione con un’ottima visuale su via D’Amelio e che lui identifica nel Castello Utvegio, in cima al Monte Pellegrino. A tale proposito si veda quanto dichiarato dallo stesso Genchi nell’intervista rilasciata a Silvia Resta in: La versione di Genchi, andato in onda durante la trasmissione Reality, sulla rete La7, il 16 marzo 2009. Sulla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino si veda: Lo Bianco e Rizza, L’agenda rossa di Paolo Borsellino cit., un libro che deve aver davvero smosso le acque se appena otto mesi dopo la sua pubblicazione la strage di via D’Amelio si è arricchita di un dettaglio significativo e sorprendente, specie se si considera che ci sono voluti sedici anni per notarlo nonostante fosse praticamente sotto gli occhi di tutti (G. Bianconi, «Agenda Borsellino, indagate sugli 007», in «Corriere della Sera», 5 marzo 2008, p. 23). Mi riferisco al fatto che l’allora capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli è stato inconsapevolmente ripreso dalle telecamere accorse in via D’Amelio, subito dopo la strage, mentre trasporta la borsa di cuoio in cui, secondo i familiari di Paolo Borsellino, doveva essere contenuta l’agenda rossa mai ritrovata (e si tratta di un filmato di larghissima diffusione, utilizzato in piú documentari e film come ad esempio: Turco, In un altro paese cit.). Arcangioli è stato indagato per furto con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa ed è stato definitivamente prosciolto. Ma al di là della famosa agenda rossa, resta comunque un dato inoppugnabile che la borsa di Paolo Borsellino sia stata quantomeno trasportata da Arcangioli per un tratto di strada, breve o lungo che fosse. Su tale vicenda si veda l’analisi di Federico Elmetti nel capitolo «Agenda rossa: tutte le verità occultate» in: Redazione di 19luglio1992.com (a cura di), Paolo Borsellino e l’agenda rossa, pp.59-88, scaricabile all’indirizzo http://www.19luglio1992.org/index.php?option=com_content&view=
article&id=1676:paolo-borsellino-e-lagenda-rossa&catid=17:libri&Itemid=29.
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Tavv. 369-372 La stentata e sofferta dichiarazione di Antonino Caponnetto rilasciata il giorno della strage si può vedere in: Turco, In un altro paese cit.